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ULTIMO AGGIORNAMENTO 10 Gennaio 2011



«La Grande Aquila fu un’operazione rozza»



da "Il Centro" del 31 Luglio.

Ottanta anni fa furono soppressi otto Comuni. L’analisi di Raffaele Colapietra.

Sono passati 80 anni dalla “creazione” della “ Grande Aquila”, un’operazione decisa a livello nazionale durante il ventennio fascista. Si trattò di una sorta di rimaneggiamento delle circoscrizioni, che privò della propria autonomia i comuni di Paganica, Camarda, Bagno, Sassa, Preturo, Arischia, Roio e Lucoli (il solo che riuscì a tornare Comune). Il decreto è del 29 luglio 1927.

La decisione, presa dai vertici del regime fascista, fu aspramente contestata dalle popolazioni dei Comuni soppressi. Degli avvenimenti del lontano 1927, che cambiarono la geografia politica del territorio aquilano, parliamo con il professor Raffaele Colapietra, storico di levatura nazionale e profondo conoscitore delle problematiche socio economiche dell’Abruzzo.

Professor Colapietra, cosa rappresentò la “Grande Aquila”?

«Nel 1927, in ambito nazionale, fu deciso un rimaneggiamento delle circoscrizioni amministrative. Furono creati 15 capoluoghi di provincia. In Abruzzo fu istituito quello di Pescara che dal punto di vista territoriale entrò nella Valle Peligna, con l’annessione di Popoli, e nella Valle del Tirino, con Bussi. Dall’altra parte, con l’istituzione della provincia di Rieti, L’Aquila perdeva Cittaducale e Amatrice. Il ridimensionamento della struttura provinciale fu compensato, quindi, con il concetto di “Grande Aquila” inteso come la creazione di grosso comune di circa 50 mila abitanti».

Come reagì la classe politica locale a quello che oggi sembra solo un tatticismo studiato solo per garantire una certa consistenza demografica?

«Adelchi Serena, aquilano, era agli inizi della sua scalata politica e fu costretto a misurarsi con altri gerarchi fascisti come Alessandro Sardi e Giacomo Acerbo che, all’epoca, era già in stretto contatto con Mussolini. I comuni resistettero con estrema energia. Nemmeno uno accettò di buon animo questa decisione. Bagno e Sassa erano considerati una sorta di roccaforte socialista per via di Emilio Lopardi. A Paganica, invece, la resistenza venne dagli stessi fascisti. Il podestà di Paganica era il nazionalista Alessandro Vivio. Interessarono della vicenda anche lo storico Gioacchino Volpe, che era in auge presso il regime, e che tuttavia non potè modificare le decisioni prese in alto loco».

Che rapporto c’era fra L’Aquila e i Comuni soppressi, e come cambiò in seguito?

«Il rapporto fra la città ed il territorio divenne inesistente. Quel rapporto che naturalmente c’era stato per anni, magari legato al mercato che rappresentava un aspetto importante nella vita sociale di questi paesi, venne a decadere. Anche gli aspetti strutturali della vita delle frazioni, come la viabilità, furono tenuti in scarsissima considerazione».

Come giudica questa modificazione di equilibri territoriali che certamente, per i territori “annessi” non rappresentò un vantaggio?

«Fu un’operazione rozza, un argomento deciso dalla sera alla mattina».

E la protesta delle popolazioni fu solo un fatto politico?

«Rappresentò un fatto culturale e anche civile. L’acqua, ad esempio, di cui erano dotati alcuni territori, era un fattore determinante».

Da un punto di vista strettamente politico ed economico, quali furono gli equilibri trasformati?

«Il collegio uninominale dell’Aquila che esprimeva il parlamentare comprendeva solo la parte nord, nord-ovest. Paganica e Bazzano, ad esempio, facevano riferimento ad un altro collegio elettorale, quello di San Demetrio. C’era una netta differenza tra la città che guardava alla montagna e un centro con un notevole senso commerciale come San Demetrio. La perdita di Popoli e Bussi, inoltre, aveva privato la provincia di un importante centro industriale, dove tra l’altro era stata istituita la prima Camera italiana del Lavoro».

Si tentava, quindi, di compensare queste perdite con un approccio “agrario”?

«Il fascismo tendeva molto alla ruralizzazione, ma in questo caso il tentativo di creare un rapporto tra la città ed il territorio fu del tutto inesistente». Angela Baglioni
(31 luglio 2007)

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