MAI PIU' SENZA DI NOI
Al Presidente Berlusconi, Sottosegretario Bertolaso, Ministra Prestigiacomo, Presidente Chiodi e al Sindaco Cialente
A undici mesi dal terremoto, dopo la prima domenica con le carriole, vi siete accorti del problema macerie: riunioni ai Ministeri, grande agitazione del Commissario e del Primo cittadino, parto di un’ordinanza che stabilirebbe modi e criteri per la rimozione.
Insomma le carriole hanno posto con forza il problema e non avete potuto non dare una risposta.
Quindi, tutto finito. Cosa? Gli aquilani continuano ogni domenica con le pale e con i secchi? E a che serve, abbiamo fatto l’ordinanza, è tutto risolto! Ma che vogliono ancora?
Il fatto per voi incomprensibile è che oggi da una città distrutta parta un messaggio trasversale a tutto il Paese: MAI PIU’ SENZA DI NOI.
Che vi piaccia o no, cari signori, la realtà è questa: nelle decisioni sul nostro futuro dobbiamo avere voce in capitolo.
Lo vogliamo con determinazione, non lo chiediamo, è un diritto che ci siamo conquistati. Non vi rimane che farci i conti, non potete più ignorarci, non avete più la forza per farlo. E’ un dato di fatto ormai acquisito.
Dopo la cricca di sciacalli e iene ridens al seguito dell’Uomo solo al comando, dopo le debolezze e le incapacità dimostrate in questi mesi dai nostri amministratori locali, avete perso ogni credibilità e autorevolezza agli occhi di tutti. Fatevene una ragione.
Potete produrre immagini stile “Istituto Luce” nelle scuole mentre accarezzate bambini, protetti da un imponente schieramento di forze dell’ordine. Non serve a nulla, in cuor vostro lo sapete anche voi, la stagione del reality show, del “decido tutto io”, degli appalti agli amici degli amici è finita.
Ora ci siamo noi, rassegnatevi, il sistema gelatinoso Balducci-Anemone-Piscicelli da noi non funziona. Qui quella notte nessuno rideva.
Prima lo capite, meno tempo si perde. Troppi ritardi si sono accumulati per causa vostra.
ABBIAMO AVANZATO DA TEMPO PROPOSTE PER AFFRONTARE E RISOLVERE IL PROBLEMA DELLE MACERIE E DELLA RICOSTRUZIONE: CONCRETE, TECNICAMENTE AVANZATE, ECOLOGICHE, ECONOMICHE E DI FORTE IMPATTO PER LA RINASCITA DEL TERRITORIO: INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO. CI HANNO LAVORATO INGEGNERI, ARCHITETTI, PROFESSORI UNIVERSITARI, SEMPLICI CITTADINI CON DELLE IDEE CONCRETE.
Da mesi vi chiediamo udienza per poter contribuire a risolvere i nostri problemi. Nessuna risposta, non ci riconoscete nemmeno la dignità all’ascolto.
VI RINNOVIAMO L’INVITO AD APRIRE UN TAVOLO DI DISCUSSIONE APERTO TRA LE ISTITUZIONI NAZIONALI, QUELLE LOCALI E I CITTADINI PER CONCERTARE UN PIANO PER LE MACERIE E, IN GENERALE, PER LA RICOSTRUZIONE DELLE NOSTRE CITTÀ, DELLE NOSTRE ECONOMIE, DELLE NOSTRE VITE.
VI CONVIENE ADERIRE, SE CI VIENE NEGATO LO SPAZIO PER IL CONFRONTO ABBIAMO DIMOSTRATO CHE SAPPIAMO PRENDERCELO DA SOLI. Nonostante ordinanze comunali e schieramenti di polizia.
Credete di liquidarci con qualche battuta (Bertolaso: “il problema delle macerie non si risolve con le carriole”. Ma va?) e intanto decidete da soli cosa fare. Non avete il coraggio di entrare nel merito delle questioni, soluzioni concrete alla mano. Non ve lo potete permettere, siete deboli.
Non siamo così irresponsabili da lasciare nelle vostre mani le sorti dei nostri territori. Non ce lo possiamo permettere.
Avete dimostrato che da soli combinate disastri e seminate corruzione: non avete prevenuto prima (ma come fate a dormire con questo peso?), non avete ricostruito dopo, avete scritto delle ordinanze che stanno in piedi meno delle nostre case. Quando vi fu fatto notare che erano necessari dei correttivi, rispondeste sicuri “sono perfette!”. Risultato ad un anno: i lavori, in moltissimi casi, devono ancora partire. I 2-3 mesi per la riparazione delle case lievemente danneggiate, rischiano di diventare 2-3 anni. Quanti soldi buttati in alberghi e affitti!
Di abitazioni seriamente danneggiate e zona rossa usiamo la cortesia di non parlarne, sarebbe purtroppo come sparare sulla Croce Rossa.
Provate a rimpallarvi le responsabilità: dalla Protezione Civile (mai responsabile, sempre perfetti!), al Governo, passando per Regione e Comune. Il giochetto non funziona, da noi si usa la palla ovale, non puoi prevederne i rimbalzi, a volte ti sbatte in faccia.
Questo caos, il clima di incertezza che favorisce lo spopolamento delle città, questi ritardi sono purtroppo voluti, non conseguenza di errori. I soldi per la ricostruzione, voi lo sapete bene, non ci sono. Lo sa anche la Corte dei Conti quando nella sua relazione esprime forti perplessità sulla disponibilità reale del denaro (”forme di copertura finanziaria dagli esiti incerti”).
Allora meglio spendere tutti i pochi euro realmente disponibili subito per costruire nuove case (il piano regolatore della città deciso in tre giorni): lavori senza gare da affidare agli amici delle cricche, nastri miracolosi da tagliare, opinione pubblica da manipolare. In una parola: speculazione e devastazione del territorio.
Sullo sfondo una popolazione dispersa, stremata da otto mesi di tenda (questo si che un record!), un territorio militarizzato dove erano negati i diritti costituzionali di parola e di riunione. La partecipazione era “vietata”, la trasparenza derisa, nessuno doveva disturbare il Manovratore, c’era l’emergenza.
Solo una minima parte della popolazione ha avuto accesso ai nuovi alloggi. Un terzo è dovuta andare via dalla propria Terra. E della città, quella nostra che ci ha visto crescere, chi se ne frega. Diventerà un museo, una “nuova Pompei” disabitata, circondata da squallide periferie, senza le nostre 99 piazze e fontane.
Tanto tra un po di anni, quando sarà palese l’inganno della non-ricostruzione, della mancanza di fondi, l’attenzione si sarà abbassata e magari voi non sarete più al Governo del Paese e delle istituzioni locali. E dunque, a voi che vi importa?
Meno male che almeno ci godiamo i grandi vantaggi che ci avete portato con l’organizzazione del G8! Ricordate le promesse e le passerelle?
Stessa storia si profila per l’ordinanza sulle macerie: un piano senza nè capo né coda, un’ordinanza scritta senza alcuno confronto, l’ennesima occasione di spartizione del bottino e di guadagno sulle pietre centenarie della nostra città.
Al contrario per noi L’Aquila deve rinascere dalle sue macerie che debbono essere occasione di rilancio dell’economia e di lavoro per i nostri giovani.
In queste domeniche l’abbiamo dimostrato concretamente: si può fare.
Si può differenziare e riciclare con attenzione ed amore. Si possono riutilizzare gran parte dei materiali per la ricostruzione delle nostre case.
Si può fare, si deve fare.
Ce lo dicono i nostri tecnici, ce ne accorgiamo noi mentre lavoriamo: buttiamo poco materiale, gran parte è immediatamente riutilizzabile, un’altra parte è diviso tra plastica, carta e ferro. Lo possono fare i nostri giovani, organizzati in cooperative. State certi che ci impiegheranno meno dei 24 mesi da voi previsti (e le vostre previsioni …). E lo faranno per bene, con rispetto per quelle pietre.
La localizzazione dei siti di stoccaggio poi è paradossale. Li avete scelti senza consultarci? PROVATE, PER ESEMPIO, AD ANDARE A CAMARDA, A PAGANICA: AL FIANCO DEGLI ABITATI DI QUELLE FRAZIONI CI SAREMO TUTTI.
Le forze di buona volontà di questo territorio si sono unite per dare una speranza al futuro.
Tanti altri porteranno il loro contributo, al di là degli schieramenti politici.
Ogni domenica le nostre carriole vi dimostrano che riciclano più macerie di quelle che voi avete tolto in un anno.
Ogni domenica le nostre carriole mandano in pezzi la vetrina mediatica che avete costruito sul nostro dramma.
Ogni domenica le nostre carriole vi gridano che siamo montanari testardi e ostinati, attaccati alla nostra Terra.
Ogni domenica le nostre carriole vi ricordano che con noi ci dovete fare i conti. Non potete fermarci.
Pensate che guaio se, carriola dopo carriola, L’Aquila diventasse un esempio di risveglio civile per i cittadini di tutto il Paese!
A undici mesi dal terremoto, dopo la prima domenica con le carriole, vi siete accorti del problema macerie: riunioni ai Ministeri, grande agitazione del Commissario e del Primo cittadino, parto di un’ordinanza che stabilirebbe modi e criteri per la rimozione.
Insomma le carriole hanno posto con forza il problema e non avete potuto non dare una risposta.
Quindi, tutto finito. Cosa? Gli aquilani continuano ogni domenica con le pale e con i secchi? E a che serve, abbiamo fatto l’ordinanza, è tutto risolto! Ma che vogliono ancora?
Il fatto per voi incomprensibile è che oggi da una città distrutta parta un messaggio trasversale a tutto il Paese: MAI PIU’ SENZA DI NOI.
Che vi piaccia o no, cari signori, la realtà è questa: nelle decisioni sul nostro futuro dobbiamo avere voce in capitolo.
Lo vogliamo con determinazione, non lo chiediamo, è un diritto che ci siamo conquistati. Non vi rimane che farci i conti, non potete più ignorarci, non avete più la forza per farlo. E’ un dato di fatto ormai acquisito.
Dopo la cricca di sciacalli e iene ridens al seguito dell’Uomo solo al comando, dopo le debolezze e le incapacità dimostrate in questi mesi dai nostri amministratori locali, avete perso ogni credibilità e autorevolezza agli occhi di tutti. Fatevene una ragione.
Potete produrre immagini stile “Istituto Luce” nelle scuole mentre accarezzate bambini, protetti da un imponente schieramento di forze dell’ordine. Non serve a nulla, in cuor vostro lo sapete anche voi, la stagione del reality show, del “decido tutto io”, degli appalti agli amici degli amici è finita.
Ora ci siamo noi, rassegnatevi, il sistema gelatinoso Balducci-Anemone-Piscicelli da noi non funziona. Qui quella notte nessuno rideva.
Prima lo capite, meno tempo si perde. Troppi ritardi si sono accumulati per causa vostra.
ABBIAMO AVANZATO DA TEMPO PROPOSTE PER AFFRONTARE E RISOLVERE IL PROBLEMA DELLE MACERIE E DELLA RICOSTRUZIONE: CONCRETE, TECNICAMENTE AVANZATE, ECOLOGICHE, ECONOMICHE E DI FORTE IMPATTO PER LA RINASCITA DEL TERRITORIO: INVESTIMENTI E POSTI DI LAVORO. CI HANNO LAVORATO INGEGNERI, ARCHITETTI, PROFESSORI UNIVERSITARI, SEMPLICI CITTADINI CON DELLE IDEE CONCRETE.
Da mesi vi chiediamo udienza per poter contribuire a risolvere i nostri problemi. Nessuna risposta, non ci riconoscete nemmeno la dignità all’ascolto.
VI RINNOVIAMO L’INVITO AD APRIRE UN TAVOLO DI DISCUSSIONE APERTO TRA LE ISTITUZIONI NAZIONALI, QUELLE LOCALI E I CITTADINI PER CONCERTARE UN PIANO PER LE MACERIE E, IN GENERALE, PER LA RICOSTRUZIONE DELLE NOSTRE CITTÀ, DELLE NOSTRE ECONOMIE, DELLE NOSTRE VITE.
VI CONVIENE ADERIRE, SE CI VIENE NEGATO LO SPAZIO PER IL CONFRONTO ABBIAMO DIMOSTRATO CHE SAPPIAMO PRENDERCELO DA SOLI. Nonostante ordinanze comunali e schieramenti di polizia.
Credete di liquidarci con qualche battuta (Bertolaso: “il problema delle macerie non si risolve con le carriole”. Ma va?) e intanto decidete da soli cosa fare. Non avete il coraggio di entrare nel merito delle questioni, soluzioni concrete alla mano. Non ve lo potete permettere, siete deboli.
Non siamo così irresponsabili da lasciare nelle vostre mani le sorti dei nostri territori. Non ce lo possiamo permettere.
Avete dimostrato che da soli combinate disastri e seminate corruzione: non avete prevenuto prima (ma come fate a dormire con questo peso?), non avete ricostruito dopo, avete scritto delle ordinanze che stanno in piedi meno delle nostre case. Quando vi fu fatto notare che erano necessari dei correttivi, rispondeste sicuri “sono perfette!”. Risultato ad un anno: i lavori, in moltissimi casi, devono ancora partire. I 2-3 mesi per la riparazione delle case lievemente danneggiate, rischiano di diventare 2-3 anni. Quanti soldi buttati in alberghi e affitti!
Di abitazioni seriamente danneggiate e zona rossa usiamo la cortesia di non parlarne, sarebbe purtroppo come sparare sulla Croce Rossa.
Provate a rimpallarvi le responsabilità: dalla Protezione Civile (mai responsabile, sempre perfetti!), al Governo, passando per Regione e Comune. Il giochetto non funziona, da noi si usa la palla ovale, non puoi prevederne i rimbalzi, a volte ti sbatte in faccia.
Questo caos, il clima di incertezza che favorisce lo spopolamento delle città, questi ritardi sono purtroppo voluti, non conseguenza di errori. I soldi per la ricostruzione, voi lo sapete bene, non ci sono. Lo sa anche la Corte dei Conti quando nella sua relazione esprime forti perplessità sulla disponibilità reale del denaro (”forme di copertura finanziaria dagli esiti incerti”).
Allora meglio spendere tutti i pochi euro realmente disponibili subito per costruire nuove case (il piano regolatore della città deciso in tre giorni): lavori senza gare da affidare agli amici delle cricche, nastri miracolosi da tagliare, opinione pubblica da manipolare. In una parola: speculazione e devastazione del territorio.
Sullo sfondo una popolazione dispersa, stremata da otto mesi di tenda (questo si che un record!), un territorio militarizzato dove erano negati i diritti costituzionali di parola e di riunione. La partecipazione era “vietata”, la trasparenza derisa, nessuno doveva disturbare il Manovratore, c’era l’emergenza.
Solo una minima parte della popolazione ha avuto accesso ai nuovi alloggi. Un terzo è dovuta andare via dalla propria Terra. E della città, quella nostra che ci ha visto crescere, chi se ne frega. Diventerà un museo, una “nuova Pompei” disabitata, circondata da squallide periferie, senza le nostre 99 piazze e fontane.
Tanto tra un po di anni, quando sarà palese l’inganno della non-ricostruzione, della mancanza di fondi, l’attenzione si sarà abbassata e magari voi non sarete più al Governo del Paese e delle istituzioni locali. E dunque, a voi che vi importa?
Meno male che almeno ci godiamo i grandi vantaggi che ci avete portato con l’organizzazione del G8! Ricordate le promesse e le passerelle?
Stessa storia si profila per l’ordinanza sulle macerie: un piano senza nè capo né coda, un’ordinanza scritta senza alcuno confronto, l’ennesima occasione di spartizione del bottino e di guadagno sulle pietre centenarie della nostra città.
Al contrario per noi L’Aquila deve rinascere dalle sue macerie che debbono essere occasione di rilancio dell’economia e di lavoro per i nostri giovani.
In queste domeniche l’abbiamo dimostrato concretamente: si può fare.
Si può differenziare e riciclare con attenzione ed amore. Si possono riutilizzare gran parte dei materiali per la ricostruzione delle nostre case.
Si può fare, si deve fare.
Ce lo dicono i nostri tecnici, ce ne accorgiamo noi mentre lavoriamo: buttiamo poco materiale, gran parte è immediatamente riutilizzabile, un’altra parte è diviso tra plastica, carta e ferro. Lo possono fare i nostri giovani, organizzati in cooperative. State certi che ci impiegheranno meno dei 24 mesi da voi previsti (e le vostre previsioni …). E lo faranno per bene, con rispetto per quelle pietre.
La localizzazione dei siti di stoccaggio poi è paradossale. Li avete scelti senza consultarci? PROVATE, PER ESEMPIO, AD ANDARE A CAMARDA, A PAGANICA: AL FIANCO DEGLI ABITATI DI QUELLE FRAZIONI CI SAREMO TUTTI.
Le forze di buona volontà di questo territorio si sono unite per dare una speranza al futuro.
Tanti altri porteranno il loro contributo, al di là degli schieramenti politici.
Ogni domenica le nostre carriole vi dimostrano che riciclano più macerie di quelle che voi avete tolto in un anno.
Ogni domenica le nostre carriole mandano in pezzi la vetrina mediatica che avete costruito sul nostro dramma.
Ogni domenica le nostre carriole vi gridano che siamo montanari testardi e ostinati, attaccati alla nostra Terra.
Ogni domenica le nostre carriole vi ricordano che con noi ci dovete fare i conti. Non potete fermarci.
Pensate che guaio se, carriola dopo carriola, L’Aquila diventasse un esempio di risveglio civile per i cittadini di tutto il Paese!
PENSIERI E TESTIMONIANZE DEL VISSUTO
Sarebbe bello bloccare le lancette del tempo e farle fermare prima di quel maledetto 6 Aprile. Cancellare quei maledetti 28 secondi e far finta ci siano mai stati. La vocina di mia figlia Valeria che mi dice: “Grazie mamma per avermi rubato lo spazio nella macchina e grazie per gli auguri oggi è il mio compleanno, oggi è il 7 Aprile.” Sporca, frastornata mentre mi guardo allo specchio dell'autogrill dove abbiamo dormito...! Maledetto “sisma”, “terremoto” o come diamine vogliamo chiamarlo -Terribile- Mi sento sola.... triste.... stanca.... Ma soprattutto mi sento inerme! C'è un terremoto nel terremoto! Nella mia anima, nella mia famiglia. Vecchie crepe che si sono allargate. I giorni passano sempre uguali, lenti, sempre con gli stessi ritmi;anche se non più quelli di prima adesso sono grigi e monotoni. Mi guardo intorno: Mia madre -82 anni- di ossa sofferenti e la vita che non le ha risparmiato nulla, proprio nulla. Le ha tolto anche l'ultima cosa che aveva: La sua casa! Viva per miracolo... “Miracolata” è il caso di dire. Piange lacrime che non riescono più ad uscire...
Lacrime asciutte che non riescono neanche a rigarle il viso. Mi guardo anche io. Torno nella mia casa a Pettino...(materialmente il 29 Aprile) Apro la finestra, guardo fuori, palazzi striati, tapparelle chiuse aperte, panni stesi, sembrano bombardati... E' spettrale. Pettino, no! Baghdad è QUI.... Penso a l'Aquila “bella me”, alla Basilica di Collemaggio, ai vicoli, alle nicchie di San Bernardino, riaffiorano i ricordi della mia adolescenza!! Vorrei non pensarci e dimenticare... “Immota manet”. Prima per me era un difetto invece l'unica volta che dovevi restare ferma non hai potuto farlo.... Mia piccola, mia antica, mia bellissima Città.... Dove sei sepolta? Ricostruire.... Si ma come? Da dove ripartire? Le anime, le rughe degli anziani, i cuori affranti, le sensazioni.... dove trovare la forza? Abruzzo forte e gentile.... Dove ritrovare la gentilezza nel nostro cuore malato di sofferenza? Vorrei strapparmi i capelli, piangere, gridare, urlare.... Far tornare tutti quei ragazzi sfruttati nelle case fatiscenti! Unico reddito di una città senza lavoro.... Vorrei stringervi tutti e cullarvi... Vorrei dare amore e riceverlo... C'è ne tanto bisogno in questo momento! Aiutateci a rinascere ancora... Vorrei che il simbolo della città tornasse... Il rapace al suo posto (non me ne vogliano gli animalisti) simbolo di libertà, di fierezza e di orgoglio. Vorrei che Tu tornassi a sorridere e a volare... Volare, vivere e gioire....
A guardare quel cielo così azzurro, costellato dalle tue verdi montagne! Perché noi torneremo tutti... Saremo ancora di più, più forti, più uniti e più gentili che mai!
Antonella '60
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RISVEGLI
Dal sonno passai alla coscienza.
Ma la coscienza era un'allucinazione che la mia mente razionale non capiva.
Ricordo. Le mie braccia alzate verso l'alto da cui pioveva la calce.
Ricordo. Che ero stesa nel letto e saltavo rigida e orizzontale come scossa da una mano implcabile.
Ricordo. Il rombo insopportabile e il boato.
Ricordo. Le mie grida non più umane. E quelle dei miei figli e di mio marito nell'altra stanza.
Ricordo. Che pensai il morire. Mentre la casa era viva e saltava su se stessa.
Ricordo. Che l'intera città gridava dentro di me.
Ricordo. Che volevo i miei figli.
Poi si fermò.
Poi cigolò.
Poi il silenzio.
Poi la luce. Ma era notte.
Poi la calce bianca che mi avvolgeva.
Ero in piedi di scatto, come un balzo e cercai la strada.
Un mobile mi cadde. Lo lanciai lontano. Verso la finestra piena di luce bianca. (Ma le serrande le avevo tirate giù).
Ero fuori di me. La forza non era la mia. Il corpo non era il mio. La voce non era la mia.
Aprii la porta della camera con fatica (Ma io non l'avevo chiusa).
E trovai mio marito e i miei figli. Davanti a me. Vivi.
Fuori.
Dovevamo andare fuori.
Subito e fuori.
Sentivo cigolare.
Mio figlio e mio marito avevano le torce.
Io seguivo la luce di mio figlio.
Senza occhiali.
Senza fermarsi.
Fuori.
Camminavo in terra straniera. Non era più casa mia.
Camminavo nella calce.
Camminavo su terreno sconnesso. Erano i mobili. Erano i miei libri. Erano le librerie.
La porta di casa era spalancata.
Non guardai. Non guardai l'ascensore caduto.
Mio marito dietro ci urlò di non prendere le scale, ma cosa potevamo fare mio figlio ed io? Scendemmo.
Ricordo. Le mura squarciate.
Ricordo. Le scale sconnesse e infrante.
Ricordo. La calce su noi.
Ricordo. La luce surreale.
E fummo nell'androne.
Fuori.
Oltre l'atrio.
Fuori ci si salva.
E fummo fuori.
Era crollato tutto attorno a noi.
Guardai nella notte coi miei occhi che non vedevano, in una luce lunare tersa riflessa dalla calce intorno. Nitida. E vidi. E non capii. Sentii parlare mio marito. Sentii piangere. Sentii. Le persone uscite con noi.
Io riuscii solo a dire: "Sono crollate le mura della città".
Poi mio marito mi disse: "Quello è un tetto".
Guardavo la strada di casa nostra e non capivo. Non registravo. Che fosse un monte di macerie. Che ci fosse un tetto inclinato sopra. Che quel tetto un minuto prima fosse stato altrove. E che ora io lo stessi guardando così da vicino.
Bisognava fuggire via. Portare via i nostri bambini. Mia figlia in braccio a mio marito. Mio figlio davanti a me che mi faceva strada.
Via.
Ci arrampicammo su quelle pietre sventrate. Su quei tubi divelti. Oltre tetto. In alto. In alto.
Nel cigolio orribile della notte.
Sulle pietre roventi.
Salendo, la mia mente mi portò in vari luoghi. Uno era la mia gioventù. E in secondi frammentati mi apperve l'Irpinia. E poi le schegge di quelle liriche greche che conducevano all'Ade. Poi dante era una voce dentro me. "Per me si va nell'etterno dolore".
Adesso. Solo adesso capivo cosa intendeva. Una vita per capire. Ora sapevo.
Salendo pensai che avevo portato i miei figli all'inferno. Ora l'inferno aveva un volto e un senso.
Salendo pensai a Gaza e a quando permettiamo che quello che vivevo fosse fatto dall'uomo ad altri bambini.
Salendo non ero me. Ero solo terrore.
In alto, la geografia era cambiata. Quella che era una piazza non era più. Metri di macerie cambiavano il nostro mondo.
E solo in alto capii. La mia mente accettò di capire.
Non erano mura. Non erano pietre. Non erano tetti.
Erano case crollate.
E dentro le case c'erano i miei vicini di quartiere. I ragazzi che avevo visto rientrare con la valigia quella domenica. Le ragazze che stavano nel semi-interrato con il loro computer. E il ragazzo col cellulare spaventato dalla scossa serale. E il signore anziano con la sua famiglia che vivevano al piano terra.
Solo allora capii.
Solo allora.
Nel freddo e nel buio. Nel silenzio assurdo e immobile di quella notte. Mentre una mano compassionevole ci lanciava una coperta con cui coprire i bambini, i loro occhi, le loro spalle. Solo allora riuscii a capire. Nell'odore del gas che ci avvolse. Nel rombo che tornava della terra. Nel fruscio di palazzi che si frangevano.
Nelle grida di chi stava sopra e che cercava.
Nel pianto isterico.
Nella risata isterica di un rigazzo.
Allora capii dove eravamo entrati. E che confine avevamo varcato.
Poi cominciarono le voci, da sotto.
(Anna Guerrieri)
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NELLA NOTTE
E la notte trascorse così, in mezzo a quelle case trasformate e sconvolte, in mezzo allo squassamento di quel cemento armato così piegato, spezzato, divelto.
Non potevamo affrontare quelle motagne infrante. Non coi bambini. Non a piedi nudi. Non con me sotto shock. Non potevamo percorrere il lato che dava sulla montagna di Via Cola dell'Amatrice perchè non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato lungo una costa di montagna.
Eravamo lì. Fermi. Tremando.
Eravamo una quindicina di persone? Non lo so. Forse di più.
Non avevamo i cellulari, qualcuno ce ne prestò uno. Nel gas e nella calce che ci circondavano. Chiamammo le nostre famiglie a Roma. I numeri che la nostra memoria permetteva. Piangemmo la nostra paura. La urlammo. Mentre arrivavano altre scosse. Chiedemmo di venirci ad aiutare.
Ma non fu facile per loro immaginare di prendere una macchina e venire.
E nel buio le scosse successive sembravano volerci spazzare via per sempre.
Dopo un'ora qualcuno era in cima a quelle montagne di detriti. Credetti fosse un vigile del fuoco.
Solo più tardi scopersi che era un ragazzo che cercava di fuggire e che si fermava alle grida che venivano da sotto.
Perchè erano macerie vive. Dolenti. Quelle che erano diventate la nostra vita per una notte.
Il dolore mi sconvolgeva. Non ero in grado più di intendere e volere alcunchè, nè di decidere.
Sentivo la morte che era tra noi e ci passava accanto, scegliendo.
La mia mente era così fuori di sè che temevo ci potessero cadere addosso gli altri palazzi. Temevo che la terra si squarciasse. Solo mio marito riusciva a tenermi fuori dall'allucinazione che vivevo e a richiamarmi indietro dalla paura e dallo shock. Io sentivo solo come un animale che dovevo portare via i miei figli da lì.
Sentivo, come per istinto, quello che era successo a pochi metri da noi, lungo la via che ci congiungeva a Campo di Fossa. Sentivo che si potevano aprire voragini a inghiottirci.
I miei erano i pensieri del terrore di quella notte.
All'improvviso focalizzai che c'erano voci da sotto, che piangevano. E quel ragazzo che era sopra, quello che io scambiavo per un vigile del fuoco, ci chiese di chiamare un nome. Una ragazza. Per tenerla in vita. Lui cercava aiuto.
Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo piangendo.
So che quella ragazza si è salvata. Questo è un pensiero gentile in me.
Ombre nella notte ci raggiunsero. Ombre che cercavano i loro cari tra la Villa e via XX Settembre.
Ci dissero che Piazzale Paoli era una catastrofe come noi.
Ci dissero della casa dello studente.
E fu lì, che il mio shock esplose. Esplose all'improvviso, mentre pensai all'esonero per cui i miei studenti mi avevano chiesto delle ore extra per il lunedì. Pensai che li avevo fatti tornare io in quell'inferno. Pensai a quei maledetti palazzi accanto a me, pieni di loro. Pensai alle feste estive che davano e a come mi rallegravano e facevano piacere. Pensai.
E veramente ebbi il mio primo crollo di dolore.
Venni richiamata alla realtà dalla mia famiglia. Non potevo permettere a tutto quel dolore di uscire così.
Pensai che L'Aquila era distrutta. Pensai che era morta quella notte. Che noi eravamo vivi per caso e per finta.
Arrivò poi finalmente un amico, che con la divisa da guardia forestale riuscì a farci scivolare in un vicolo tra casa nostra e un altro palazzo, per rifugiarci davanti ad una villetta che dava direttamente sulla costa di montagna. Al riparo. Lontani da quelle macerie che grondavano sangue.
E fu così che entrai in una macchina, sotto una coperta, con mia figlia piccola.
Fu così che qualcuno diede delle felpe ai miei bambini e un pò di ristoro.
Mentre aspettavamo di essere salvati.
E fu così che arrivarono le prime notizie: da Collemaggio, da via XX settembre più giù, da via Sturzo che ci era accanto, da Campo di Fossa sempre più tragiche, dall'Ospedale, dal cuore del Centro.
Fu così che entrammo tutti nella nostra vita di adesso.
Noi, i sopravissuti.
Fu intorno alle 10 che mio marito riuscì a rientrare in casa. In mezzo alle continue vibrazioni che ci informavano di essere sempre preda del mostro che ci possedeva. Fu allora che potemmo davvero vestirci. Chiamare al telefono. Fuggire intorno al mezzogiorno.
La mia voce era mutata nella notte. Era rauca. Forte. Un urlo.
L'Aquila moriva e moriva dentro me. E non era un'idea, era la realtà tangibile. Era morte vera.
Sentivo la città crollare dentro di me.
Camminammo a piedi rasentando la montagna. Vedemmo gli squarci alla luce del sole. Seguimmo una spaccatura che si era aperta nella strada. Andammo prima a Scoppito da amici e poi la sera ci rifugiammo a Roma.
A lungo, guardano i palazzi di Roma li ho visti all'improvviso coprirsi di crepe e crollare. Incongrua visione nella dolce primavera romana.
( Anna Guerrieri)
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Ero a casa con il papà, la mamma, il fratellino e il cane, la notte della Domenica delle Palme.
Poco prima, quelli della Protezione Civile ci avevano esortati a ritornare alle nostre abitazioni.
Non era il caso di cedere a facili e stupidi allarmismi diffusi da imbecilli che avevano chissà quale interesse a diffondere il panico. C’erano decine di scosse al giorno e questo faceva capire che l’energia si stava sprigionando e non era prevista una spallata.
Alle 3.32 “la spallata” ci colse nel sonno, ma eravamo andati a letto vestiti. Quindi prese le nostre cose e scappammo. riuscii appena, nel panico, a mettere in tasca l’IPode e il cellulare.
Per tre notti dormimmo in macchina mentre io ripetevo, come in una cantilena rassicurante, le stesse domande che non trovavano mai risposta.
“Che succederà, che succederà. Mamma, dimmi che non succederà mai niente”.
Poi trovammo una sistemazione in tenda da otto dividendola coi nostri vicini di pianerottolo. Quattro brande alla mia famiglia e a me toccò anche un armadio di plastica e un comodino.
Tornammo a casa per prendere le prime cose e la terra ancora tremava.
Non ci fu il tempo per guardare tutto con attenzione. Eppure sapevo che le mie cose non le avrei viste forse più.
Ma la terra tremava.
Presi il portatile il cavo e qualche vestito, qualche indumento intimo. Le coperte.
Il mio diario, i miei libri (studiavo ingegneria civile), le mie letture, il mio bicchiere per la notte, le foto dei miei ex, i poster, i miei CD e tutti i miei film, la vecchia TV che mi ero portata in camera, lo stereo, Dolly la bambolina che mi aveva accompagnata nella mia crescita. E il posto solito dove si metteva il cane. La mia stilografica, i miei vestiti, quello buono per quando mi sarei laureata (ancora mai messo), e le mie creme, le lettere, le chiavi del mio amatissimo motorino. Guardai il salotto buono e quello moderno dove troneggiava un grande plasma ricoperto di polvere, i lampadari, le argenterie e le foto dei cari defunti che la mamma teneva sul comodino per custodirne il sonno e che –forse- avevano messo una mano su di loro e li avevano salvati.
La porta di casa si chiuse su tutto questo e sull’incertezza di riprendere la loro vita.
Ma erano loro, erano vivi, il cane stava bene. Sotto i piedi la terra tremava e non ci pensai poi tanto," Il pensiero è sfatto,
è la pena più grande,
anche se strapparsi di dosso gli oggetti è doloroso,
bisognava andare. "
Solo, mi si fermò il respiro in gola quando scendemmo giù al livello dei box e ci rendemmo conto che il palazzo era completamente imploso. Era sceso di due piani sulle fondamenta. Il mio motorino non esisteva più.
" Il suono delle macchine è come il calcare dell’acqua che sgorga singhiozzando sui pregiudizi,
le isole libere della mente vogliono restare tali.
A graffi per difendere questo diritto sacrosanto.
E la trivella continuava a lavorare imperterrita e insopportabile ""
Lacrime asciutte che non riescono neanche a rigarle il viso. Mi guardo anche io. Torno nella mia casa a Pettino...(materialmente il 29 Aprile) Apro la finestra, guardo fuori, palazzi striati, tapparelle chiuse aperte, panni stesi, sembrano bombardati... E' spettrale. Pettino, no! Baghdad è QUI.... Penso a l'Aquila “bella me”, alla Basilica di Collemaggio, ai vicoli, alle nicchie di San Bernardino, riaffiorano i ricordi della mia adolescenza!! Vorrei non pensarci e dimenticare... “Immota manet”. Prima per me era un difetto invece l'unica volta che dovevi restare ferma non hai potuto farlo.... Mia piccola, mia antica, mia bellissima Città.... Dove sei sepolta? Ricostruire.... Si ma come? Da dove ripartire? Le anime, le rughe degli anziani, i cuori affranti, le sensazioni.... dove trovare la forza? Abruzzo forte e gentile.... Dove ritrovare la gentilezza nel nostro cuore malato di sofferenza? Vorrei strapparmi i capelli, piangere, gridare, urlare.... Far tornare tutti quei ragazzi sfruttati nelle case fatiscenti! Unico reddito di una città senza lavoro.... Vorrei stringervi tutti e cullarvi... Vorrei dare amore e riceverlo... C'è ne tanto bisogno in questo momento! Aiutateci a rinascere ancora... Vorrei che il simbolo della città tornasse... Il rapace al suo posto (non me ne vogliano gli animalisti) simbolo di libertà, di fierezza e di orgoglio. Vorrei che Tu tornassi a sorridere e a volare... Volare, vivere e gioire....
A guardare quel cielo così azzurro, costellato dalle tue verdi montagne! Perché noi torneremo tutti... Saremo ancora di più, più forti, più uniti e più gentili che mai!
Antonella '60
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RISVEGLI
Dal sonno passai alla coscienza.
Ma la coscienza era un'allucinazione che la mia mente razionale non capiva.
Ricordo. Le mie braccia alzate verso l'alto da cui pioveva la calce.
Ricordo. Che ero stesa nel letto e saltavo rigida e orizzontale come scossa da una mano implcabile.
Ricordo. Il rombo insopportabile e il boato.
Ricordo. Le mie grida non più umane. E quelle dei miei figli e di mio marito nell'altra stanza.
Ricordo. Che pensai il morire. Mentre la casa era viva e saltava su se stessa.
Ricordo. Che l'intera città gridava dentro di me.
Ricordo. Che volevo i miei figli.
Poi si fermò.
Poi cigolò.
Poi il silenzio.
Poi la luce. Ma era notte.
Poi la calce bianca che mi avvolgeva.
Ero in piedi di scatto, come un balzo e cercai la strada.
Un mobile mi cadde. Lo lanciai lontano. Verso la finestra piena di luce bianca. (Ma le serrande le avevo tirate giù).
Ero fuori di me. La forza non era la mia. Il corpo non era il mio. La voce non era la mia.
Aprii la porta della camera con fatica (Ma io non l'avevo chiusa).
E trovai mio marito e i miei figli. Davanti a me. Vivi.
Fuori.
Dovevamo andare fuori.
Subito e fuori.
Sentivo cigolare.
Mio figlio e mio marito avevano le torce.
Io seguivo la luce di mio figlio.
Senza occhiali.
Senza fermarsi.
Fuori.
Camminavo in terra straniera. Non era più casa mia.
Camminavo nella calce.
Camminavo su terreno sconnesso. Erano i mobili. Erano i miei libri. Erano le librerie.
La porta di casa era spalancata.
Non guardai. Non guardai l'ascensore caduto.
Mio marito dietro ci urlò di non prendere le scale, ma cosa potevamo fare mio figlio ed io? Scendemmo.
Ricordo. Le mura squarciate.
Ricordo. Le scale sconnesse e infrante.
Ricordo. La calce su noi.
Ricordo. La luce surreale.
E fummo nell'androne.
Fuori.
Oltre l'atrio.
Fuori ci si salva.
E fummo fuori.
Era crollato tutto attorno a noi.
Guardai nella notte coi miei occhi che non vedevano, in una luce lunare tersa riflessa dalla calce intorno. Nitida. E vidi. E non capii. Sentii parlare mio marito. Sentii piangere. Sentii. Le persone uscite con noi.
Io riuscii solo a dire: "Sono crollate le mura della città".
Poi mio marito mi disse: "Quello è un tetto".
Guardavo la strada di casa nostra e non capivo. Non registravo. Che fosse un monte di macerie. Che ci fosse un tetto inclinato sopra. Che quel tetto un minuto prima fosse stato altrove. E che ora io lo stessi guardando così da vicino.
Bisognava fuggire via. Portare via i nostri bambini. Mia figlia in braccio a mio marito. Mio figlio davanti a me che mi faceva strada.
Via.
Ci arrampicammo su quelle pietre sventrate. Su quei tubi divelti. Oltre tetto. In alto. In alto.
Nel cigolio orribile della notte.
Sulle pietre roventi.
Salendo, la mia mente mi portò in vari luoghi. Uno era la mia gioventù. E in secondi frammentati mi apperve l'Irpinia. E poi le schegge di quelle liriche greche che conducevano all'Ade. Poi dante era una voce dentro me. "Per me si va nell'etterno dolore".
Adesso. Solo adesso capivo cosa intendeva. Una vita per capire. Ora sapevo.
Salendo pensai che avevo portato i miei figli all'inferno. Ora l'inferno aveva un volto e un senso.
Salendo pensai a Gaza e a quando permettiamo che quello che vivevo fosse fatto dall'uomo ad altri bambini.
Salendo non ero me. Ero solo terrore.
In alto, la geografia era cambiata. Quella che era una piazza non era più. Metri di macerie cambiavano il nostro mondo.
E solo in alto capii. La mia mente accettò di capire.
Non erano mura. Non erano pietre. Non erano tetti.
Erano case crollate.
E dentro le case c'erano i miei vicini di quartiere. I ragazzi che avevo visto rientrare con la valigia quella domenica. Le ragazze che stavano nel semi-interrato con il loro computer. E il ragazzo col cellulare spaventato dalla scossa serale. E il signore anziano con la sua famiglia che vivevano al piano terra.
Solo allora capii.
Solo allora.
Nel freddo e nel buio. Nel silenzio assurdo e immobile di quella notte. Mentre una mano compassionevole ci lanciava una coperta con cui coprire i bambini, i loro occhi, le loro spalle. Solo allora riuscii a capire. Nell'odore del gas che ci avvolse. Nel rombo che tornava della terra. Nel fruscio di palazzi che si frangevano.
Nelle grida di chi stava sopra e che cercava.
Nel pianto isterico.
Nella risata isterica di un rigazzo.
Allora capii dove eravamo entrati. E che confine avevamo varcato.
Poi cominciarono le voci, da sotto.
(Anna Guerrieri)
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NELLA NOTTE
E la notte trascorse così, in mezzo a quelle case trasformate e sconvolte, in mezzo allo squassamento di quel cemento armato così piegato, spezzato, divelto.
Non potevamo affrontare quelle motagne infrante. Non coi bambini. Non a piedi nudi. Non con me sotto shock. Non potevamo percorrere il lato che dava sulla montagna di Via Cola dell'Amatrice perchè non sapevamo cosa ci avrebbe aspettato lungo una costa di montagna.
Eravamo lì. Fermi. Tremando.
Eravamo una quindicina di persone? Non lo so. Forse di più.
Non avevamo i cellulari, qualcuno ce ne prestò uno. Nel gas e nella calce che ci circondavano. Chiamammo le nostre famiglie a Roma. I numeri che la nostra memoria permetteva. Piangemmo la nostra paura. La urlammo. Mentre arrivavano altre scosse. Chiedemmo di venirci ad aiutare.
Ma non fu facile per loro immaginare di prendere una macchina e venire.
E nel buio le scosse successive sembravano volerci spazzare via per sempre.
Dopo un'ora qualcuno era in cima a quelle montagne di detriti. Credetti fosse un vigile del fuoco.
Solo più tardi scopersi che era un ragazzo che cercava di fuggire e che si fermava alle grida che venivano da sotto.
Perchè erano macerie vive. Dolenti. Quelle che erano diventate la nostra vita per una notte.
Il dolore mi sconvolgeva. Non ero in grado più di intendere e volere alcunchè, nè di decidere.
Sentivo la morte che era tra noi e ci passava accanto, scegliendo.
La mia mente era così fuori di sè che temevo ci potessero cadere addosso gli altri palazzi. Temevo che la terra si squarciasse. Solo mio marito riusciva a tenermi fuori dall'allucinazione che vivevo e a richiamarmi indietro dalla paura e dallo shock. Io sentivo solo come un animale che dovevo portare via i miei figli da lì.
Sentivo, come per istinto, quello che era successo a pochi metri da noi, lungo la via che ci congiungeva a Campo di Fossa. Sentivo che si potevano aprire voragini a inghiottirci.
I miei erano i pensieri del terrore di quella notte.
All'improvviso focalizzai che c'erano voci da sotto, che piangevano. E quel ragazzo che era sopra, quello che io scambiavo per un vigile del fuoco, ci chiese di chiamare un nome. Una ragazza. Per tenerla in vita. Lui cercava aiuto.
Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo. Chiamammo piangendo.
So che quella ragazza si è salvata. Questo è un pensiero gentile in me.
Ombre nella notte ci raggiunsero. Ombre che cercavano i loro cari tra la Villa e via XX Settembre.
Ci dissero che Piazzale Paoli era una catastrofe come noi.
Ci dissero della casa dello studente.
E fu lì, che il mio shock esplose. Esplose all'improvviso, mentre pensai all'esonero per cui i miei studenti mi avevano chiesto delle ore extra per il lunedì. Pensai che li avevo fatti tornare io in quell'inferno. Pensai a quei maledetti palazzi accanto a me, pieni di loro. Pensai alle feste estive che davano e a come mi rallegravano e facevano piacere. Pensai.
E veramente ebbi il mio primo crollo di dolore.
Venni richiamata alla realtà dalla mia famiglia. Non potevo permettere a tutto quel dolore di uscire così.
Pensai che L'Aquila era distrutta. Pensai che era morta quella notte. Che noi eravamo vivi per caso e per finta.
Arrivò poi finalmente un amico, che con la divisa da guardia forestale riuscì a farci scivolare in un vicolo tra casa nostra e un altro palazzo, per rifugiarci davanti ad una villetta che dava direttamente sulla costa di montagna. Al riparo. Lontani da quelle macerie che grondavano sangue.
E fu così che entrai in una macchina, sotto una coperta, con mia figlia piccola.
Fu così che qualcuno diede delle felpe ai miei bambini e un pò di ristoro.
Mentre aspettavamo di essere salvati.
E fu così che arrivarono le prime notizie: da Collemaggio, da via XX settembre più giù, da via Sturzo che ci era accanto, da Campo di Fossa sempre più tragiche, dall'Ospedale, dal cuore del Centro.
Fu così che entrammo tutti nella nostra vita di adesso.
Noi, i sopravissuti.
Fu intorno alle 10 che mio marito riuscì a rientrare in casa. In mezzo alle continue vibrazioni che ci informavano di essere sempre preda del mostro che ci possedeva. Fu allora che potemmo davvero vestirci. Chiamare al telefono. Fuggire intorno al mezzogiorno.
La mia voce era mutata nella notte. Era rauca. Forte. Un urlo.
L'Aquila moriva e moriva dentro me. E non era un'idea, era la realtà tangibile. Era morte vera.
Sentivo la città crollare dentro di me.
Camminammo a piedi rasentando la montagna. Vedemmo gli squarci alla luce del sole. Seguimmo una spaccatura che si era aperta nella strada. Andammo prima a Scoppito da amici e poi la sera ci rifugiammo a Roma.
A lungo, guardano i palazzi di Roma li ho visti all'improvviso coprirsi di crepe e crollare. Incongrua visione nella dolce primavera romana.
( Anna Guerrieri)
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Ero a casa con il papà, la mamma, il fratellino e il cane, la notte della Domenica delle Palme.
Poco prima, quelli della Protezione Civile ci avevano esortati a ritornare alle nostre abitazioni.
Non era il caso di cedere a facili e stupidi allarmismi diffusi da imbecilli che avevano chissà quale interesse a diffondere il panico. C’erano decine di scosse al giorno e questo faceva capire che l’energia si stava sprigionando e non era prevista una spallata.
Alle 3.32 “la spallata” ci colse nel sonno, ma eravamo andati a letto vestiti. Quindi prese le nostre cose e scappammo.
Per tre notti dormimmo in macchina mentre io ripetevo, come in una cantilena rassicurante, le stesse domande che non trovavano mai risposta.
“Che succederà, che succederà. Mamma, dimmi che non succederà mai niente”.
Poi trovammo una sistemazione in tenda da otto dividendola coi nostri vicini di pianerottolo. Quattro brande alla mia famiglia e a me toccò anche un armadio di plastica e un comodino.
Tornammo a casa per prendere le prime cose e la terra ancora tremava.
Non ci fu il tempo per guardare tutto con attenzione. Eppure sapevo che le mie cose non le avrei viste forse più.
Ma la terra tremava.
Presi il portatile il cavo e qualche vestito, qualche indumento intimo. Le coperte.
Il mio diario, i miei libri (studiavo ingegneria civile), le mie letture, il mio bicchiere per la notte, le foto dei miei ex, i poster, i miei CD e tutti i miei film, la vecchia TV che mi ero portata in camera, lo stereo, Dolly la bambolina che mi aveva accompagnata nella mia crescita. E il posto solito dove si metteva il cane. La mia stilografica, i miei vestiti, quello buono per quando mi sarei laureata (ancora mai messo), e le mie creme, le lettere, le chiavi del mio amatissimo motorino. Guardai il salotto buono e quello moderno dove troneggiava un grande plasma ricoperto di polvere, i lampadari, le argenterie e le foto dei cari defunti che la mamma teneva sul comodino per custodirne il sonno e che –forse- avevano messo una mano su di loro e li avevano salvati.
La porta di casa si chiuse su tutto questo e sull’incertezza di riprendere la loro vita.
Ma erano loro, erano vivi, il cane stava bene. Sotto i piedi la terra tremava e non ci pensai poi tanto," Il pensiero è sfatto,
è la pena più grande,
anche se strapparsi di dosso gli oggetti è doloroso,
bisognava andare. "
Solo, mi si fermò il respiro in gola quando scendemmo giù al livello dei box e ci rendemmo conto che il palazzo era completamente imploso. Era sceso di due piani sulle fondamenta. Il mio motorino non esisteva più.
" Il suono delle macchine è come il calcare dell’acqua che sgorga singhiozzando sui pregiudizi,
le isole libere della mente vogliono restare tali.
A graffi per difendere questo diritto sacrosanto.
E la trivella continuava a lavorare imperterrita e insopportabile ""
MARCHE E UMBRIA / ABRUZZO
Un continuo paragone tra le due strategie di ricostruzione, UN VOLANTINO per pubblicizzare l'efficentismo ma...
Un paragone chiaro ed efficace richiede però un’attenta analisi dei dati di fatto, dei numeri, della realtà dei due programmi e degli effetti previsti e verificati.
67.500 i cittadini abruzzesi evacuati dalle proprie abitazioni nelle ore successive al sisma del 6 aprile. Poco più di 22mila gli sfollati umbri e marchigiani nel 1997. Precisamente un terzo di quelli aquilani.
In relazione a ciò, i fondi programmati e stanziati dal governo italiano e dalla regione Umbria (attraverso diversi mutui contratti dall’ente regionale al preciso scopo della ricostruzione) ammontavano complessivamente a 15mila miliardi di lire. 7,75 miliardi di euro.
Per il dramma aquilano, con proporzioni di devastazioni triplici, lo stato italiano stanzia appena 5,8 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i 4 miliardi programmati dal CIPE e sottratti dalla quota di fondi previsti per lo sviluppo nel Mezzogiorno e i 470 milioni stanziati dall’Unione Europea.
10,2 miliardi complessivi, comprensivi di risorse finalizzate allo sviluppo economico, alle esenzioni fiscali, ai sistemi contributivi e ai lavori di messa in sicurezza, per una porzione di paese che, invece, secondo i resoconti ufficiali dell’Unione Europea per la sola ricostruzione infrastrutturale necessiterebbe di oltre 10 miliardi di euro.
Una comparazione accurata tra i due sistemi di spesa, richiede un’analisi dettagliata per il capitolo di spesa più importante: gli stanziamenti per la ricostruzione privata.
Per Umbria e Marche, a fronte di 27.781 interventi di ricostruzione per edifici privati, vennero stanziati oltre 5 miliardi di euro. In Abruzzo il monte complessivo di fondi per la ricostruzione privata ammonta a 3,1 miliardi di euro, spalmati dal 2010 al 2032, per un numero di abitazioni colpite oltre a 34mila unità escluse le case A
Esclusi eventuali fondi FAS, per i primi 4 anni saranno disponibili 800 milioni di euro. Meno di quanto messo a disposizione nello stesso tempo per Umbria e Marche.
Altro confronto, quello sulla strategia di ricostruzione. In Umbria dopo 3 anni, il 65% delle persone era tornato nella propria casa perfettamente a norma o abitava in una casa di nuova costruzione al posto di quella vecchia. Il restante 35% usufruiva del contributo di autonoma sistemazione o dei moduli abitativi temporanei (l’11%).
Per L’Aquila il piano di ricostruzione ha concentrato l’attenzione sul piano C.A.S.E. piuttosto che sui moduli in legno. L’assenza di un vero piano di realizzazione di case in legno o mobili (con un costo pari ad un terzo di quelle temporanee in cemento armato e prive di problemi di impatto ambientale) ha comporto ancora la presenza, di diverse decine di migliaia di persone assistite dalla Protezione Civile.
Infine, ultimo raffronto: la questione dei tributi. Un raffronto immediato. Sospensione del pagamento delle tasse per due anni e recupero del 40% degli arretrati dopo 12 anni in Umbria. Sospensione del pagamento dei tributi per 16 mesi e recupero del 100% degli arretrati per l’Abruzzo.
Un paragone chiaro ed efficace richiede però un’attenta analisi dei dati di fatto, dei numeri, della realtà dei due programmi e degli effetti previsti e verificati.
67.500 i cittadini abruzzesi evacuati dalle proprie abitazioni nelle ore successive al sisma del 6 aprile. Poco più di 22mila gli sfollati umbri e marchigiani nel 1997. Precisamente un terzo di quelli aquilani.
In relazione a ciò, i fondi programmati e stanziati dal governo italiano e dalla regione Umbria (attraverso diversi mutui contratti dall’ente regionale al preciso scopo della ricostruzione) ammontavano complessivamente a 15mila miliardi di lire. 7,75 miliardi di euro.
Per il dramma aquilano, con proporzioni di devastazioni triplici, lo stato italiano stanzia appena 5,8 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i 4 miliardi programmati dal CIPE e sottratti dalla quota di fondi previsti per lo sviluppo nel Mezzogiorno e i 470 milioni stanziati dall’Unione Europea.
10,2 miliardi complessivi, comprensivi di risorse finalizzate allo sviluppo economico, alle esenzioni fiscali, ai sistemi contributivi e ai lavori di messa in sicurezza, per una porzione di paese che, invece, secondo i resoconti ufficiali dell’Unione Europea per la sola ricostruzione infrastrutturale necessiterebbe di oltre 10 miliardi di euro.
Una comparazione accurata tra i due sistemi di spesa, richiede un’analisi dettagliata per il capitolo di spesa più importante: gli stanziamenti per la ricostruzione privata.
Per Umbria e Marche, a fronte di 27.781 interventi di ricostruzione per edifici privati, vennero stanziati oltre 5 miliardi di euro. In Abruzzo il monte complessivo di fondi per la ricostruzione privata ammonta a 3,1 miliardi di euro, spalmati dal 2010 al 2032, per un numero di abitazioni colpite oltre a 34mila unità escluse le case A
Esclusi eventuali fondi FAS, per i primi 4 anni saranno disponibili 800 milioni di euro. Meno di quanto messo a disposizione nello stesso tempo per Umbria e Marche.
Altro confronto, quello sulla strategia di ricostruzione. In Umbria dopo 3 anni, il 65% delle persone era tornato nella propria casa perfettamente a norma o abitava in una casa di nuova costruzione al posto di quella vecchia. Il restante 35% usufruiva del contributo di autonoma sistemazione o dei moduli abitativi temporanei (l’11%).
Per L’Aquila il piano di ricostruzione ha concentrato l’attenzione sul piano C.A.S.E. piuttosto che sui moduli in legno. L’assenza di un vero piano di realizzazione di case in legno o mobili (con un costo pari ad un terzo di quelle temporanee in cemento armato e prive di problemi di impatto ambientale) ha comporto ancora la presenza, di diverse decine di migliaia di persone assistite dalla Protezione Civile.
Infine, ultimo raffronto: la questione dei tributi. Un raffronto immediato. Sospensione del pagamento delle tasse per due anni e recupero del 40% degli arretrati dopo 12 anni in Umbria. Sospensione del pagamento dei tributi per 16 mesi e recupero del 100% degli arretrati per l’Abruzzo.
CASE SENZA CITTA' PERIFERIE SENZA CENTRO
Quella delle C.A.S.E. è stata la più grande operazione di marketing dell'era moderna. Una "grande dimostrazione di solidarietà e di efficienza" che finora, fuori dall'Aquila, è riuscita a mascherare bene la pressoché totale assenza della ricostruzione vera.
Case senza città, periferie senza centro, cittadini senza città - di Sonja Riva
L'Aquila un anno dopo non è una fiaba a colori, con tanto di nuove case superaccessoriate, dove ora vivono gli aquilani, felici nel loro happy end. Gli aquilani felici proprio non sono. Li abbiamo visti negli autobus, confusi nell'informarsi su come fare per raggiungere luoghi che non sanno più nemmeno dove si trovano. Seduti con gli occhi svuotati, pieni solo dell'assenza di quello che non c'è più. Sfiduciati e spenti, soprattutto gli anziani, oppure agitati in un muoversi frenetico e fuori luogo, lungo le poche strade cittadine, ora invase da un traffico che neanche una megalopoli può vantare, dentro ad automobili diventate rifugio, dove sentirsi almeno un minimo a casa, autonomi e sicuri. Ad un anno dal terremoto, l'Aquila sembra un pugile stordito, che barcolla sulle gambe, mentre l'arbitro della politica lo guarda senza sapere bene cosa fare. Un anno dopo la distruzione di interi paese e frazioni, il centro storico aquilano annientato, 70 mila sfollati e 307 morti, molto è cambiato, ma appare ancora poco: non tutti hanno ancora una situazione abitativa stabile, chi vive ancora negli alberghi della costa, chi in situazione di fortuna. Il centro storico è ancora invaso dalle macerie ed è lì come rassegnato in una spettralità congelata nella mancanza di tracce di vita, in una desolazione oggi più perturbante di ieri. Un centro storico che appare come una gigantesca scenografia, una ricostruzione finta, di cartapesta nella sua vita vera ormai inesistente dei suoi colori quotidiani, delle sue voci, del suo rincorrersi di abitudini. Ad oggi manca ancora un progetto urbanistico, un piano di ricostruzione, chiarezza su come si procederà per far ripartire le attività commerciali del centro, e l'economia tutta, ma anche progettualità quotidiane, che nell'immediato possano almeno rinsaldare il tessuto sociale strappato dallo smembramento di collettività ora sparse nelle diverse New Town, i nuovi insediamenti costruiti dalla protezione civile, che sono diventati tanti satelliti periferici sostitutivi di un centro che non c'è più, gradevoli, ma nei quali non ci si può riconoscere, perché nulla parla di loro, delle loro vite e delle loro storie. Fortunatamente, le persone costituite in associazioni, in collettivi, in comitati, unite dal profondo desiderio di riappropriarsi della loro città e del loro centro storico hanno animato le domeniche delle carriole, invadendo in tanti il loro centro, ancora chiuso e inaccessibile, con carriole, secchi e guanti, iniziando simbolicamente a liberarlo dai detriti. Per ritrovarsi, lì sì davvero tutti insieme, nel far sentire il loro sgomento, la loro voglia disperata di esserci e continuare a essere considerati cittadini veri e propri, dei quali tenere conto nei piani di ricostruzione, nelle loro vite future e nella loro città futura.
Case senza città, periferie senza centro, cittadini senza città - di Sonja Riva
L'Aquila un anno dopo non è una fiaba a colori, con tanto di nuove case superaccessoriate, dove ora vivono gli aquilani, felici nel loro happy end. Gli aquilani felici proprio non sono. Li abbiamo visti negli autobus, confusi nell'informarsi su come fare per raggiungere luoghi che non sanno più nemmeno dove si trovano. Seduti con gli occhi svuotati, pieni solo dell'assenza di quello che non c'è più. Sfiduciati e spenti, soprattutto gli anziani, oppure agitati in un muoversi frenetico e fuori luogo, lungo le poche strade cittadine, ora invase da un traffico che neanche una megalopoli può vantare, dentro ad automobili diventate rifugio, dove sentirsi almeno un minimo a casa, autonomi e sicuri. Ad un anno dal terremoto, l'Aquila sembra un pugile stordito, che barcolla sulle gambe, mentre l'arbitro della politica lo guarda senza sapere bene cosa fare. Un anno dopo la distruzione di interi paese e frazioni, il centro storico aquilano annientato, 70 mila sfollati e 307 morti, molto è cambiato, ma appare ancora poco: non tutti hanno ancora una situazione abitativa stabile, chi vive ancora negli alberghi della costa, chi in situazione di fortuna. Il centro storico è ancora invaso dalle macerie ed è lì come rassegnato in una spettralità congelata nella mancanza di tracce di vita, in una desolazione oggi più perturbante di ieri. Un centro storico che appare come una gigantesca scenografia, una ricostruzione finta, di cartapesta nella sua vita vera ormai inesistente dei suoi colori quotidiani, delle sue voci, del suo rincorrersi di abitudini. Ad oggi manca ancora un progetto urbanistico, un piano di ricostruzione, chiarezza su come si procederà per far ripartire le attività commerciali del centro, e l'economia tutta, ma anche progettualità quotidiane, che nell'immediato possano almeno rinsaldare il tessuto sociale strappato dallo smembramento di collettività ora sparse nelle diverse New Town, i nuovi insediamenti costruiti dalla protezione civile, che sono diventati tanti satelliti periferici sostitutivi di un centro che non c'è più, gradevoli, ma nei quali non ci si può riconoscere, perché nulla parla di loro, delle loro vite e delle loro storie. Fortunatamente, le persone costituite in associazioni, in collettivi, in comitati, unite dal profondo desiderio di riappropriarsi della loro città e del loro centro storico hanno animato le domeniche delle carriole, invadendo in tanti il loro centro, ancora chiuso e inaccessibile, con carriole, secchi e guanti, iniziando simbolicamente a liberarlo dai detriti. Per ritrovarsi, lì sì davvero tutti insieme, nel far sentire il loro sgomento, la loro voglia disperata di esserci e continuare a essere considerati cittadini veri e propri, dei quali tenere conto nei piani di ricostruzione, nelle loro vite future e nella loro città futura.
PICCOLO GLOSSARIO, parte II, seguito da Lettere d’amore alla Protezione Civile e Leggenda
RUMENA, la solita…
I castelli della Loira sono abitati da fantasmi romantici, quelli della Scozia da inquiete presenze sanguinarie; a Cerreto Guidi, la triste storia di Isabella de’Medici affascina e commuove i visitatori… “La solita rumena” è il fantasma che rende inquiete tutte le palazzine del progetto C.A.S.E. e, al contempo, mette a nudo la loro anima, ahimè troppo umana e debole. Nelle infinite varianti che può assumere la sua ectoplasmatica essenza, l’hanno avvistata in molti, e ne fanno argomento di conversazione quotidiano nei due – tre bar rimasti aperti in città, stupefatti della sua sovrumana resistenza. Per qualcuno è una rumena-albanese, per altri una rumena-sudamericana, c’è stato persino un caso di avvistamento di una rumena-polacca, con tanto di griffe papale sulla maglietta, sempre molto accollata. Si ha qualche notizia di tentativi di esorcismi collettivi, per allontanare dalle soglie l’aborrito odore del gulasch e del borsch, con suffumigi a base di aromi concentrati di amatriciana e salsicce all’aglio. Invano. Notoriamente, le salsicce all’aglio servono solo per le rumene-rumene originarie della Transilvania: avvistamenti, almeno per ora, non riportati.
TERREMOTO, s.m.
Spettacolo di dubbio gusto, inscenato preferibilmente al primo sentore di primavera. Dalle rare testimonianze di chi vi ha partecipato e ne conserva un ricordo sempre più sfumato (tipico dell’abbandono dello stato di trance), sembra essere l’estrema propaggine moderna degli antichi baccanali. I movimenti dei partecipanti sono improntati a “botte”, “salti” e “scosse”, non meglio specificati ma devastanti negli effetti, di cui sembra si misuri in intensità assolutamente soggettive il grado. La fiumana di persone coinvolte, in forza del “furor” che le aggredisce, rappresenta uno dei pericoli migratori più acuti e rischiosi dei nostri tempi. Non solo avere un “terremotato” in casa è divenuto così sinonimo di sfortuna e calamità prossima, ma il mare dei “terremotati” può, nel suo dionisiaco furore, far a pezzi persone e cose incontrate sulla sua onda montante. Si veda quanto si narra dell’Aquila dove, il 6 aprile del 2009, un esaltato e innumerevole esercito di invasati ha praticamente raso al suolo la città con le sue danze e “fughe”, distruggendo un inestimabile patrimonio artistico e abitativo. I successivi decreti tesi ad allontanare dalla popolazione superstite persino l’uso di droghe leggere, quali caffè, tè o sigarette, miravano essenzialmente a ridurre le possibilità del ripetersi di un tale, preoccupante fenomeno di massa. L’alto rischio percentuale di un simile evento ha giustificato l’adozione di provvedimenti drastici ed impopolari, ispirati al contempo alla logica della sorveglianza continua e della drastica limitazione di ogni veicolo di contagio e comunicazione dell’infezione psichica (v. “Metodo Augustus”). Il “cordone sanitario” steso in tale occasione attorno alla popolazione residua, si è spinto fino alla necessaria adozione di misure limitative della libertà personale, alla lamentata e deprecabile assenza di spazi riservati nei campi profughi (finanche nei bagni pubblici), all’utilizzazione strategica della promiscuità tra età e sessi diversi per evitare – attraverso l’inibizione preventiva di ogni stimolo sessuale – il ripetersi di comportamenti antisociali .
Dell’oscura vicinanza tra terremoto e culti orgiastici o di trance si è poi ottenuta una drammatica riprova quando la lontana Port-au-Prince, capitale dell’isola di Haiti, notoriamente patria del voodoo, è stata colpita da analoga disgrazia, a livelli incomparabilmente più alti. Risulta che l’appassionato appello del Massimo Responsabile e Guida italiano perché anche lì si adottasse il “modello aquilano” sia stato drammaticamente ignorato. L’ancor più prossimo e devastante terremoto del Cile è facilmente riconducibile all’insieme di culti estatici di tipo sincretistico, diffusissimi nel subcontinente americano. Gli incidenti diplomatici connessi con l’esternazione di cui sopra, hanno impedito al Responsabile Massimo e Guida di portare il contributo della sua esperienza anche in quella sede. Fatti loro.
SOPRAVVISSUTO, agg. e s.m. (f. –a) [p.p. di “sopravvivere”]
Principio esiziale del tempo. Tutti, più o meno, si sopravvive. C’è chi sopravvive alla politica, chi al ’68, chi al crollo del muro di Berlino, chi al terremoto. Cialente è sopravvissuto a se stesso.
Ottimo soggetto per istant-book che lasciano il tempo che trovano, ma costituiscono un insuperabile appoggio per rinforzare carriere politiche traballanti.
LETTERE D’AMORE ALLA PROTEZIONE CIVILE
Cara Protezione Civile,
ieri, mentre passavo per strada con l’amico mio nuovo, che andava a prendere un po’ di cose a casa sua, mi è capitato di ricordare i bei momenti passati insieme. Saranno stati i vicoli vuoti, sarà stata la pioggia che lavava via la polvere dei mattoni e delle rovine, sarà stato quel vedere scorrere per terra fiumi di acqua sporca che si mischiavano col dolore che sentivo dentro me… insomma, per la prima volta, mi è accaduto di pensarti con nostalgia.
Cara Protezione Civile, non mi sono mai chiesto, finora, ma tu, che ricordo hai di quei giorni. Ti manco? Senti ancora per me quell’affetto così deciso e protettivo? E dove sono andati i tuoi saggi consigli, le tue premure, i tuoi ricorrenti e indimenticabili segni di attenzione verso di me? Ah, come potrò mai dimenticare il momento in cui, incrociando per la prima volta il tuo sguardo, ho sentito come se mi sciogliessi dentro, e mi sono trovato attratto e protetto dal tuo capace ed abbondante petto generoso.
Cara Protezione Civile, dimmi la verità: chi stai assistendo, adesso? Mi hai già dimenticato, vero? Un amore fugace come i tanti della tua turbinosa vita, sempre in mezzo ad avventure audaci e spericolate.
Cara Protezione Civile, non te ne voglio. Sapevo dall’inizio che tra noi non sarebbe durato. Eppure, ecco, oggi, questo improvviso bisogno di scriverti, di sentirti, di farti sapere quanto il tuo ricordo rimanga indelebile dentro di me…
Cara Protezione Civile, ti prego: dimmi che non sono stato solo un’avventura!
DAL CENTRO OPERATIVO DELLA GUARDIA DI FINANZA
Spett.le Di.Coma.C.
Presso la Caserma della Guardia di Finanza
L’Aquila
Bazzano, 15 luglio 2009
Gentili Signori,
con questa mia vengo a significarvi quanto segue:
Io sottoscritto dott. prof. Generoso Magliacci, fu Emidio e Mariantonia, avendo appreso per la cosiddetta via breve che è in corso una gara d’appalto per la costruzione di un nuovo insediamento abitativo del progetto C.A.S.E., da situare sul territorio riportato in catasto alla partita 173653, foglio 131 p.lle nn. 397, 398, 197 e foglio 146 p.lla 178 del Comune dell’Aquila, per una consistenza di mq. 4816
poiché il suddetto terreno, per le particelle indicate e nella consistenza relativa è mia proprietà esclusiva dal 1978, come sicuramente si evince dagli atti in vostro possesso;
poiché la regolare registrazione dell’atto di proprietà è stata a suo tempo debitamente rimessa alle autorità competenti per il rilascio delle documentazioni d’uso;
poiché posso esibire regolare licenza edilizia datata L’Aquila 20 febbraio 1984;
poiché la mia casa insiste su detto terreno, di cui sono proprietario esclusivo, lo ripeto, dal 1978,
posso chiedervi dove cazzo intendete costruire le vostre case se qui c’è già la mia?
Distinti saluti.
LEGGENDA
Era estate. Il giorno preciso non lo ricordo e, francamente, preferisco evitare a voi e a me dettagli troppo definiti. Era un giorno di questa incredibile estate, uno dei tanti che abbiamo passato cercando di reinventare un significato alle nostre vite, di sollevare un po’ le anime dal peso che si portano dietro. Con Giannino avevo appena passato il confine di Porta Castello, che un solerte granatiere ci aveva fermati, interrogati, invitati ad andarcene alzando appena appena la voce. Giusto per farci capire che non scherzava. Che non era possibile scherzare, lì. A chiudere le sue parole col sigillo di un’autorevolezza persino soprannaturale, una piccola scossa – piccola, appena 2,8 – 3 gradi Richter – aveva fatto in modo che il suo “NO!” risuonasse ancora più a lungo dentro di noi.
Mi era rimasto dentro un desiderio frustrato, che cresceva e cresceva, complice il po’ di vino che Giannino e Gigi erano riusciti a farmi bere a cena, forse desiderando vivere un po’ di più le stelle di quella notte, forse per dimenticare le tante tristezze che i ricordi ci avevano portato, le tante cose che quel pugno di giorni, quel breve volgere di mesi ci aveva strappato. La città, la mia città, esita ancora a rivelare i suoi segreti a chi non la conosce, a chi non l’ha percorsa nei tempi perdendo dentro di lei e con lei le tante età della vita. Non per me.
Entrare non è stato difficile. Il varco c’è ancora oggi, ogni tanto lo controllo solo per dirmi che, volendo, potrei ripetere l’avventura. Un varco facile, sotto gli occhi di tutti, conosciuto da tutti noi che lo usavamo per scappare, per uscire di nascosto, per scendere non visti al fiume, per risalire e tornare a casa prima ancora che i genitori potessero avere il reale sospetto di cosa avessimo fatto nelle nostre scorribande a piedi, in bici, in moto… Sono entrato.
In fondo erano poche le cose che volevo rivedere. Da tutta quella distruzione mi interessava salvare i pochi ricordi che ora il tempo aveva fatto riemergere, le poche immagini assolutamente intime che potevano interessare al limite me, la mia ragazza di allora, la mia città che non c’è più. Tra la Villa Comunale e Piazza S. Giusta c’è, in un vicolo nascosto, una casa abbandonata. Nel “basso” a piano terra, visibile da una finestra con le grate un po’ fasulle, era una vecchissima Guzzi rossa, serbatoio a goccia, sellino mangiato dai topi, qualche striscia di colore ancora intatta e, soprattutto, un irreale cambio a cloche che troneggiava a destra. In una via ben conosciuta, a piedi piazza, un’edicola sacra appartata. Passavo di lì quasi tutte le sere e una signora anzianissima e curva sembrava aspettarmi per chiedermi, un giorno sì e uno no, se potevo mettere per lei un lumino acceso sul piccolo altare, troppo al di sopra della sua portata, e un po’ d’acqua nel vasetto della piantina a fianco dell’immagine sacra. Era diventata una piccola abitudine, fin quando, una sera, lei non si fece vedere. Né quella successiva. Né mai più. E dunque era diventato inutile accelerare i passi, o ritardarli, per far coincidere il mio passaggio col suo. E non mi ero mai chiesto, come invece stavo facendo ora, quante volte lei avesse accelerato o ritardato le uscite per trovare sulla sua strada quel ragazzo alto, cui non si vergognava di chiedere aiuto.
La lunetta, segnata e squassata, c’era ancora. Difficile leggere l’immagine al suo interno, e d’altronde il buio non aiutava certo. La Guzzi, invece no. Non c’era più il palazzo.
Allora ho cercato la casa dove, da adolescente, ho imparato ad amare i libri, il loro profumo, l’ordine misterioso e spesso esoterico che sottende al loro giustapporsi. Immaginavo le stanze che percorrevo avido, impaziente di trovare i testi che la mia curiosità inseguiva. La casa è ancora lì. Ho scavalcato la protezione del giardino, mi sono sdraiato nell’erba del piccolo prato dinanzi alla biblioteca. Ho sognato un po’.
È stato allora che ho iniziato a sentire che le cose, le ombre, le pietre stesse della città avevano una loro vita. E qualcosa di quella vita sembrava trasmettermisi. Come un vibrare, un silenzioso e dignitoso ritrarsi nell’ombra, un fievole far cenno alla mia presenza attraverso un crepitio appena appena accennato che gli scuri severi rimandavano alle tegole curiose, e queste suggerivano al muro del palazzo vicino, mentre poche pietre sofferenti, residue di un ingresso antico, giudicavano con accigliata superiorità il mio vagare solitario.
La città era insieme austera, familiare, ferita, estranea. Tra i tanti vicoli della mia infanzia mi sono nascosto alle ronde notturne, tra le macerie ho annusato gli odori della morte e della vita. Quasi l’alba, vicino a casa mia, ho ceduto al sonno. Erano le quattro, ed era bello chiudere gli occhi aspettando la prima carezza del sole.
Ho dormito? Non so. Ho sognato? Forse. Solo verso le sette ho iniziato a sentire, prima piano, poi sempre più forte, un suono dapprima debole e familiare che s’ingigantiva, cresceva, rombava fino a diventare impossibile, urlava dolente come un metallo compresso e battuto con ferocia. Il primo istinto è stato quello di fuggire. Di corsa, con appena il tempo di accendere la moto e scappare, a perdifiato, incurante del rischio che avrei corso se fermato. I vicoli, le strade in ripida discesa, e ancora, dappertutto, gli echi di quel suono. Ora dolce, ora martellante, ora trillante e ripetuto, ora lontano. Ma onnipresente. Dalle case vuote, dai palazzi abbandonati in fretta, finestre occhiute e spalancate mi rigettavano addosso quell’opprimente, insopportabile rumore.
ERANO LE SVEGLIE! A radio, a carillon, a trillo, a musica, a cucù; la mia, le vostre, le sveglie di tutta la città che si ribellavano all’abbandono, che continuavano imperterrite a segnare l’alba dei nostri giorni scomparsi, che ripetevano nel loro grido la voglia di non morire dell’Aquila, fino all’ultimo, esausto, lampo di energia della loro longeva vita elettrica. Erano le sveglie, esercito rumoroso e vigile, che mi richiamavano a una vita impossibile, trascorsa, di cui si rifiutavano di custodire silenziosamente il ricordo.
Erano le sveglie!
Marcello Gallucci
I castelli della Loira sono abitati da fantasmi romantici, quelli della Scozia da inquiete presenze sanguinarie; a Cerreto Guidi, la triste storia di Isabella de’Medici affascina e commuove i visitatori… “La solita rumena” è il fantasma che rende inquiete tutte le palazzine del progetto C.A.S.E. e, al contempo, mette a nudo la loro anima, ahimè troppo umana e debole. Nelle infinite varianti che può assumere la sua ectoplasmatica essenza, l’hanno avvistata in molti, e ne fanno argomento di conversazione quotidiano nei due – tre bar rimasti aperti in città, stupefatti della sua sovrumana resistenza. Per qualcuno è una rumena-albanese, per altri una rumena-sudamericana, c’è stato persino un caso di avvistamento di una rumena-polacca, con tanto di griffe papale sulla maglietta, sempre molto accollata. Si ha qualche notizia di tentativi di esorcismi collettivi, per allontanare dalle soglie l’aborrito odore del gulasch e del borsch, con suffumigi a base di aromi concentrati di amatriciana e salsicce all’aglio. Invano. Notoriamente, le salsicce all’aglio servono solo per le rumene-rumene originarie della Transilvania: avvistamenti, almeno per ora, non riportati.
TERREMOTO, s.m.
Spettacolo di dubbio gusto, inscenato preferibilmente al primo sentore di primavera. Dalle rare testimonianze di chi vi ha partecipato e ne conserva un ricordo sempre più sfumato (tipico dell’abbandono dello stato di trance), sembra essere l’estrema propaggine moderna degli antichi baccanali. I movimenti dei partecipanti sono improntati a “botte”, “salti” e “scosse”, non meglio specificati ma devastanti negli effetti, di cui sembra si misuri in intensità assolutamente soggettive il grado. La fiumana di persone coinvolte, in forza del “furor” che le aggredisce, rappresenta uno dei pericoli migratori più acuti e rischiosi dei nostri tempi. Non solo avere un “terremotato” in casa è divenuto così sinonimo di sfortuna e calamità prossima, ma il mare dei “terremotati” può, nel suo dionisiaco furore, far a pezzi persone e cose incontrate sulla sua onda montante. Si veda quanto si narra dell’Aquila dove, il 6 aprile del 2009, un esaltato e innumerevole esercito di invasati ha praticamente raso al suolo la città con le sue danze e “fughe”, distruggendo un inestimabile patrimonio artistico e abitativo. I successivi decreti tesi ad allontanare dalla popolazione superstite persino l’uso di droghe leggere, quali caffè, tè o sigarette, miravano essenzialmente a ridurre le possibilità del ripetersi di un tale, preoccupante fenomeno di massa. L’alto rischio percentuale di un simile evento ha giustificato l’adozione di provvedimenti drastici ed impopolari, ispirati al contempo alla logica della sorveglianza continua e della drastica limitazione di ogni veicolo di contagio e comunicazione dell’infezione psichica (v. “Metodo Augustus”). Il “cordone sanitario” steso in tale occasione attorno alla popolazione residua, si è spinto fino alla necessaria adozione di misure limitative della libertà personale, alla lamentata e deprecabile assenza di spazi riservati nei campi profughi (finanche nei bagni pubblici), all’utilizzazione strategica della promiscuità tra età e sessi diversi per evitare – attraverso l’inibizione preventiva di ogni stimolo sessuale – il ripetersi di comportamenti antisociali .
Dell’oscura vicinanza tra terremoto e culti orgiastici o di trance si è poi ottenuta una drammatica riprova quando la lontana Port-au-Prince, capitale dell’isola di Haiti, notoriamente patria del voodoo, è stata colpita da analoga disgrazia, a livelli incomparabilmente più alti. Risulta che l’appassionato appello del Massimo Responsabile e Guida italiano perché anche lì si adottasse il “modello aquilano” sia stato drammaticamente ignorato. L’ancor più prossimo e devastante terremoto del Cile è facilmente riconducibile all’insieme di culti estatici di tipo sincretistico, diffusissimi nel subcontinente americano. Gli incidenti diplomatici connessi con l’esternazione di cui sopra, hanno impedito al Responsabile Massimo e Guida di portare il contributo della sua esperienza anche in quella sede. Fatti loro.
SOPRAVVISSUTO, agg. e s.m. (f. –a) [p.p. di “sopravvivere”]
Principio esiziale del tempo. Tutti, più o meno, si sopravvive. C’è chi sopravvive alla politica, chi al ’68, chi al crollo del muro di Berlino, chi al terremoto. Cialente è sopravvissuto a se stesso.
Ottimo soggetto per istant-book che lasciano il tempo che trovano, ma costituiscono un insuperabile appoggio per rinforzare carriere politiche traballanti.
LETTERE D’AMORE ALLA PROTEZIONE CIVILE
Cara Protezione Civile,
ieri, mentre passavo per strada con l’amico mio nuovo, che andava a prendere un po’ di cose a casa sua, mi è capitato di ricordare i bei momenti passati insieme. Saranno stati i vicoli vuoti, sarà stata la pioggia che lavava via la polvere dei mattoni e delle rovine, sarà stato quel vedere scorrere per terra fiumi di acqua sporca che si mischiavano col dolore che sentivo dentro me… insomma, per la prima volta, mi è accaduto di pensarti con nostalgia.
Cara Protezione Civile, non mi sono mai chiesto, finora, ma tu, che ricordo hai di quei giorni. Ti manco? Senti ancora per me quell’affetto così deciso e protettivo? E dove sono andati i tuoi saggi consigli, le tue premure, i tuoi ricorrenti e indimenticabili segni di attenzione verso di me? Ah, come potrò mai dimenticare il momento in cui, incrociando per la prima volta il tuo sguardo, ho sentito come se mi sciogliessi dentro, e mi sono trovato attratto e protetto dal tuo capace ed abbondante petto generoso.
Cara Protezione Civile, dimmi la verità: chi stai assistendo, adesso? Mi hai già dimenticato, vero? Un amore fugace come i tanti della tua turbinosa vita, sempre in mezzo ad avventure audaci e spericolate.
Cara Protezione Civile, non te ne voglio. Sapevo dall’inizio che tra noi non sarebbe durato. Eppure, ecco, oggi, questo improvviso bisogno di scriverti, di sentirti, di farti sapere quanto il tuo ricordo rimanga indelebile dentro di me…
Cara Protezione Civile, ti prego: dimmi che non sono stato solo un’avventura!
DAL CENTRO OPERATIVO DELLA GUARDIA DI FINANZA
Spett.le Di.Coma.C.
Presso la Caserma della Guardia di Finanza
L’Aquila
Bazzano, 15 luglio 2009
Gentili Signori,
con questa mia vengo a significarvi quanto segue:
Io sottoscritto dott. prof. Generoso Magliacci, fu Emidio e Mariantonia, avendo appreso per la cosiddetta via breve che è in corso una gara d’appalto per la costruzione di un nuovo insediamento abitativo del progetto C.A.S.E., da situare sul territorio riportato in catasto alla partita 173653, foglio 131 p.lle nn. 397, 398, 197 e foglio 146 p.lla 178 del Comune dell’Aquila, per una consistenza di mq. 4816
poiché il suddetto terreno, per le particelle indicate e nella consistenza relativa è mia proprietà esclusiva dal 1978, come sicuramente si evince dagli atti in vostro possesso;
poiché la regolare registrazione dell’atto di proprietà è stata a suo tempo debitamente rimessa alle autorità competenti per il rilascio delle documentazioni d’uso;
poiché posso esibire regolare licenza edilizia datata L’Aquila 20 febbraio 1984;
poiché la mia casa insiste su detto terreno, di cui sono proprietario esclusivo, lo ripeto, dal 1978,
posso chiedervi dove cazzo intendete costruire le vostre case se qui c’è già la mia?
Distinti saluti.
LEGGENDA
Era estate. Il giorno preciso non lo ricordo e, francamente, preferisco evitare a voi e a me dettagli troppo definiti. Era un giorno di questa incredibile estate, uno dei tanti che abbiamo passato cercando di reinventare un significato alle nostre vite, di sollevare un po’ le anime dal peso che si portano dietro. Con Giannino avevo appena passato il confine di Porta Castello, che un solerte granatiere ci aveva fermati, interrogati, invitati ad andarcene alzando appena appena la voce. Giusto per farci capire che non scherzava. Che non era possibile scherzare, lì. A chiudere le sue parole col sigillo di un’autorevolezza persino soprannaturale, una piccola scossa – piccola, appena 2,8 – 3 gradi Richter – aveva fatto in modo che il suo “NO!” risuonasse ancora più a lungo dentro di noi.
Mi era rimasto dentro un desiderio frustrato, che cresceva e cresceva, complice il po’ di vino che Giannino e Gigi erano riusciti a farmi bere a cena, forse desiderando vivere un po’ di più le stelle di quella notte, forse per dimenticare le tante tristezze che i ricordi ci avevano portato, le tante cose che quel pugno di giorni, quel breve volgere di mesi ci aveva strappato. La città, la mia città, esita ancora a rivelare i suoi segreti a chi non la conosce, a chi non l’ha percorsa nei tempi perdendo dentro di lei e con lei le tante età della vita. Non per me.
Entrare non è stato difficile. Il varco c’è ancora oggi, ogni tanto lo controllo solo per dirmi che, volendo, potrei ripetere l’avventura. Un varco facile, sotto gli occhi di tutti, conosciuto da tutti noi che lo usavamo per scappare, per uscire di nascosto, per scendere non visti al fiume, per risalire e tornare a casa prima ancora che i genitori potessero avere il reale sospetto di cosa avessimo fatto nelle nostre scorribande a piedi, in bici, in moto… Sono entrato.
In fondo erano poche le cose che volevo rivedere. Da tutta quella distruzione mi interessava salvare i pochi ricordi che ora il tempo aveva fatto riemergere, le poche immagini assolutamente intime che potevano interessare al limite me, la mia ragazza di allora, la mia città che non c’è più. Tra la Villa Comunale e Piazza S. Giusta c’è, in un vicolo nascosto, una casa abbandonata. Nel “basso” a piano terra, visibile da una finestra con le grate un po’ fasulle, era una vecchissima Guzzi rossa, serbatoio a goccia, sellino mangiato dai topi, qualche striscia di colore ancora intatta e, soprattutto, un irreale cambio a cloche che troneggiava a destra. In una via ben conosciuta, a piedi piazza, un’edicola sacra appartata. Passavo di lì quasi tutte le sere e una signora anzianissima e curva sembrava aspettarmi per chiedermi, un giorno sì e uno no, se potevo mettere per lei un lumino acceso sul piccolo altare, troppo al di sopra della sua portata, e un po’ d’acqua nel vasetto della piantina a fianco dell’immagine sacra. Era diventata una piccola abitudine, fin quando, una sera, lei non si fece vedere. Né quella successiva. Né mai più. E dunque era diventato inutile accelerare i passi, o ritardarli, per far coincidere il mio passaggio col suo. E non mi ero mai chiesto, come invece stavo facendo ora, quante volte lei avesse accelerato o ritardato le uscite per trovare sulla sua strada quel ragazzo alto, cui non si vergognava di chiedere aiuto.
La lunetta, segnata e squassata, c’era ancora. Difficile leggere l’immagine al suo interno, e d’altronde il buio non aiutava certo. La Guzzi, invece no. Non c’era più il palazzo.
Allora ho cercato la casa dove, da adolescente, ho imparato ad amare i libri, il loro profumo, l’ordine misterioso e spesso esoterico che sottende al loro giustapporsi. Immaginavo le stanze che percorrevo avido, impaziente di trovare i testi che la mia curiosità inseguiva. La casa è ancora lì. Ho scavalcato la protezione del giardino, mi sono sdraiato nell’erba del piccolo prato dinanzi alla biblioteca. Ho sognato un po’.
È stato allora che ho iniziato a sentire che le cose, le ombre, le pietre stesse della città avevano una loro vita. E qualcosa di quella vita sembrava trasmettermisi. Come un vibrare, un silenzioso e dignitoso ritrarsi nell’ombra, un fievole far cenno alla mia presenza attraverso un crepitio appena appena accennato che gli scuri severi rimandavano alle tegole curiose, e queste suggerivano al muro del palazzo vicino, mentre poche pietre sofferenti, residue di un ingresso antico, giudicavano con accigliata superiorità il mio vagare solitario.
La città era insieme austera, familiare, ferita, estranea. Tra i tanti vicoli della mia infanzia mi sono nascosto alle ronde notturne, tra le macerie ho annusato gli odori della morte e della vita. Quasi l’alba, vicino a casa mia, ho ceduto al sonno. Erano le quattro, ed era bello chiudere gli occhi aspettando la prima carezza del sole.
Ho dormito? Non so. Ho sognato? Forse. Solo verso le sette ho iniziato a sentire, prima piano, poi sempre più forte, un suono dapprima debole e familiare che s’ingigantiva, cresceva, rombava fino a diventare impossibile, urlava dolente come un metallo compresso e battuto con ferocia. Il primo istinto è stato quello di fuggire. Di corsa, con appena il tempo di accendere la moto e scappare, a perdifiato, incurante del rischio che avrei corso se fermato. I vicoli, le strade in ripida discesa, e ancora, dappertutto, gli echi di quel suono. Ora dolce, ora martellante, ora trillante e ripetuto, ora lontano. Ma onnipresente. Dalle case vuote, dai palazzi abbandonati in fretta, finestre occhiute e spalancate mi rigettavano addosso quell’opprimente, insopportabile rumore.
ERANO LE SVEGLIE! A radio, a carillon, a trillo, a musica, a cucù; la mia, le vostre, le sveglie di tutta la città che si ribellavano all’abbandono, che continuavano imperterrite a segnare l’alba dei nostri giorni scomparsi, che ripetevano nel loro grido la voglia di non morire dell’Aquila, fino all’ultimo, esausto, lampo di energia della loro longeva vita elettrica. Erano le sveglie, esercito rumoroso e vigile, che mi richiamavano a una vita impossibile, trascorsa, di cui si rifiutavano di custodire silenziosamente il ricordo.
Erano le sveglie!
Marcello Gallucci
I PROGETTI DEL PRESIDENTE DI PROVINCIA " DEL CORVO"
I progetti di Del Corvo: scuole, strade, termovalorizzatori
Prima conferenza stampa del neo presidente della provincia dell'Aquila Antonio Del Corvo, che si è tenuta a sorpresa a palazzo dell'Emiciclo, sede del consiglio regionale, e non nei container dove ha trovato sede provvisoria la presidenza della Provincia.
''Una scelta non casuale - sottolinea subito il senatore e coordinatore del Pdl senatore Fabrizio Di Stefano per fugare perplessità - perché la vittoria strepitosa di Del Corvo suggella una filiera amministrativa coesa e dello stesso colore politico composta da Governo Regione e appunto provinciali che sarà importante anche per la ricostruzione.''
Prende parola il capogruppo Pdl in regione Gianfranco Giuliante, che siede alla destra del neo-presidente al posto del senatore Filippo Piccone bloccato dal traffico e in arrivo da Roma. Nel suo intervento Giuliante annuncia che la Provincia con Del Corvo avrà come priorità anche la crisi economica della valle Peligna, a lungo trascurata dalla passata amministrazione.
''Sarò il presidente di tutti i cittadini e di tutta la Provincia- esordisce Antonio Del Corvo - ed è ovvio però che il massimo dei miei sforzi saranno concentrati sulla ricostruzione dei centri storici. Per questo motivo come promesso ci sarà in giunta un assessore alla ricostruzione e sarà aquilano.
Alla domanda: E' pronto a battere i pugni sul tavolo del governo se non manterrà gli impegni sul fronte della ricostruzione?'', Del Corvo risponde: ''Agli amici del governo ho detto, io ci ho messo la faccia ora voi dovete mantenere tutti gli impegni, non mi dovete abbandonare, ma sono sicuro che ciò avverrà. Berlusconi mi hadeto che se non si a il Ponte sullo stretto non mi interessa, la cosà più importante è ricostruire L'Aqula''. '' La ricostruzione - aggiunge Del Corvo - spiega avrà canali di finanziamento privilegiati, stanziati dal governo e dalla regione, la Provincia non ha in questo ambito fondi propri, e quelli che ha deve utilizzarli per tutto il territorio provinciale''
Veniamo al programma di governo. Per quanto riguarda i rifiuti, settore in cui ha significative competenze l'ente provinciale, Del Corvo allude alla possibilità, consentita dal Piano energetico regionale, di realizzare termovalorizzatori, per risolvere l'imminente emergenza rifiuti, in particolare quella che grava sul territorio aquilano, dove ora a costi molto alti l'immondizia viene portata alla discarica di Lanciano.
Novità nel settore della formazione professionale essa andrà svolta nelle intenzione del neo presidente in azienda e non in ''asettiche aule'', perchè così non si creano posti di lavoro, come previsto dall'accordo Stato-Regione.
Del Corvo promette poi tagli ai costi della politica, a cominciare dagli enti partecipati dalla provincia, ''che sono luoghi di clientele e non creano lavoro, sarà difficile però metterci mano perchè ci sono situazioni stratificate''.
''Le infrastrutture che realizzerò - assicura del Corvo - sono quelle già stabilite e finanziate dal governo e dalla regione, cercherò però di accellerare i tempi''
Importante ambito di competenza della Provincia è quello dell'edilizia scolastica e Del Corvo su questo versante si dice sicuro di fare molto e bene: ''Il decreto Abruzzo - afferma infatti - stanzia molte risorse per mettere in sicurezza le scuole, e c'è un progetto pilota''.
Prima conferenza stampa del neo presidente della provincia dell'Aquila Antonio Del Corvo, che si è tenuta a sorpresa a palazzo dell'Emiciclo, sede del consiglio regionale, e non nei container dove ha trovato sede provvisoria la presidenza della Provincia.
''Una scelta non casuale - sottolinea subito il senatore e coordinatore del Pdl senatore Fabrizio Di Stefano per fugare perplessità - perché la vittoria strepitosa di Del Corvo suggella una filiera amministrativa coesa e dello stesso colore politico composta da Governo Regione e appunto provinciali che sarà importante anche per la ricostruzione.''
Prende parola il capogruppo Pdl in regione Gianfranco Giuliante, che siede alla destra del neo-presidente al posto del senatore Filippo Piccone bloccato dal traffico e in arrivo da Roma. Nel suo intervento Giuliante annuncia che la Provincia con Del Corvo avrà come priorità anche la crisi economica della valle Peligna, a lungo trascurata dalla passata amministrazione.
''Sarò il presidente di tutti i cittadini e di tutta la Provincia- esordisce Antonio Del Corvo - ed è ovvio però che il massimo dei miei sforzi saranno concentrati sulla ricostruzione dei centri storici. Per questo motivo come promesso ci sarà in giunta un assessore alla ricostruzione e sarà aquilano.
Alla domanda: E' pronto a battere i pugni sul tavolo del governo se non manterrà gli impegni sul fronte della ricostruzione?'', Del Corvo risponde: ''Agli amici del governo ho detto, io ci ho messo la faccia ora voi dovete mantenere tutti gli impegni, non mi dovete abbandonare, ma sono sicuro che ciò avverrà. Berlusconi mi hadeto che se non si a il Ponte sullo stretto non mi interessa, la cosà più importante è ricostruire L'Aqula''. '' La ricostruzione - aggiunge Del Corvo - spiega avrà canali di finanziamento privilegiati, stanziati dal governo e dalla regione, la Provincia non ha in questo ambito fondi propri, e quelli che ha deve utilizzarli per tutto il territorio provinciale''
Veniamo al programma di governo. Per quanto riguarda i rifiuti, settore in cui ha significative competenze l'ente provinciale, Del Corvo allude alla possibilità, consentita dal Piano energetico regionale, di realizzare termovalorizzatori, per risolvere l'imminente emergenza rifiuti, in particolare quella che grava sul territorio aquilano, dove ora a costi molto alti l'immondizia viene portata alla discarica di Lanciano.
Novità nel settore della formazione professionale essa andrà svolta nelle intenzione del neo presidente in azienda e non in ''asettiche aule'', perchè così non si creano posti di lavoro, come previsto dall'accordo Stato-Regione.
Del Corvo promette poi tagli ai costi della politica, a cominciare dagli enti partecipati dalla provincia, ''che sono luoghi di clientele e non creano lavoro, sarà difficile però metterci mano perchè ci sono situazioni stratificate''.
''Le infrastrutture che realizzerò - assicura del Corvo - sono quelle già stabilite e finanziate dal governo e dalla regione, cercherò però di accellerare i tempi''
Importante ambito di competenza della Provincia è quello dell'edilizia scolastica e Del Corvo su questo versante si dice sicuro di fare molto e bene: ''Il decreto Abruzzo - afferma infatti - stanzia molte risorse per mettere in sicurezza le scuole, e c'è un progetto pilota''.
6 APRILE
Ore 9,30 Piazza 6 Aprile GDF – posa della Corona – presso la Caserma della Guardia di Finanza –Via delle Fiamme Gialle- Coppito
Ore 11,00 S. Messa a S. Sisto con Padre Candido e Don Marco – Le Misericordie di Roma San Romano e Tavarnelle V.P- Barberino V.E. in collaborazione con la Misericordia dell'Aquila pianteranno un abete donato dalla Forestale AQ.
S. Messa a S. Sisto - Misericordia di Roma - pianterà un albero della vita
Ore 12,00 Atrio della Facoltà di Scienze – Università di Coppito – a cura dell’Università degli Studi dell’Aquila e dei Comitati Cittadini : Concerto de I Solisti Aquilani con Orchestra e Coro del Conservatorio di Musica “A. Casella” dell’Aquila, direttore Simone Genuini, mezzosoprano Silvia Pasini, musiche di Ravel, Haendel e Britten. Targa commemorativa dell’Università per studenti e studentesse vittime del sisma.
CENTRO STORICO : Catena Umana di Bambini - Zone: Fontana Luminosa, Via Castello, Via Zara, S.Bernardino, Corso, Piazza Duomo, FedericoII, Villa Comunale, Via Caldora, Via Strinella.
Ore 15,00 PARCO DEL SOLE (Collemaggio) : lancio di palloncini di tutti i bambini aquilani che alle 15,32 simbolicamente manderanno i loro messaggi scritti ai compagni persi nel terremoto e la loro idea di ricostruzione.
Nel Piazzale di Collemaggio ogni bambino potrà inserire un messaggio di speranza in un palloncino. Verrà effettuato il lancio dei palloncini con la ripresa aerea
Ore 17,30 Chiesa di S. Maria del Suffragio: Celebrazione Consiglio Regionale (Arcivescovo Giuseppe Molinari)
Ore 18,45 – Basilica di Collemaggio - Concerto Istituzione Sinfonica Abruzzese, Soc. dei Concerti Barattelli., I Solisti Aquilani, Orchestra Giovanile Abruzzese, letture delle “Città Invisibili” di Italo Calvino a cura del TSA - Coro di S. Cecilia - Conservatorio di Musica " A. Casella, letture da “Scene da un terremoto” di Maurizio Cerini a cura de L’Uovo Teatro Stabile di Innovazione, inserti video a cura dell’Accademia dell’Immagine, dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila La lanterna Magica e dell’Abruzzo Film Commission.
Ore 20:30 Cinema Moviplex CN CINEMATOGRAFICA e MEDIA DREAM FILM presentano:
COLPA NOSTRA il film di Giuseppe Caporale regia di Walter Nanni. Ingresso gratuito
Ore 21,00 Piazza Duomo - “Riaccendi la Luna” - Titolo: Riaccendi la luna:
Riflessioni sul terremoto di oggi in rapporto con le antiche narrazioni: presente e passato si sovrappongono tra dolore e forza nel ricostruire. Letture di testi attuali e storici con musiche originali di commento Proposto dalla Compagnia teatrale " I Funamboli" di Giorgio Pitone in collaborazione con la Compagnia di Musical Il Nodo. Musiche originali del Maestro Antonio Michilli Composizione del testo tratto dalle croniche di Buccio di Ranallo, di Francesco d'Angeluccio, del De Ritis e le relazioni del 1703: Giovanna Di Matteo Registrazioni delle basi musicali: Audiolandia Records - L'Aquila Documentazione fotografica cortesemente concessa dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
Ore 11,00 S. Messa a S. Sisto con Padre Candido e Don Marco – Le Misericordie di Roma San Romano e Tavarnelle V.P- Barberino V.E. in collaborazione con la Misericordia dell'Aquila pianteranno un abete donato dalla Forestale AQ.
S. Messa a S. Sisto - Misericordia di Roma - pianterà un albero della vita
Ore 12,00 Atrio della Facoltà di Scienze – Università di Coppito – a cura dell’Università degli Studi dell’Aquila e dei Comitati Cittadini : Concerto de I Solisti Aquilani con Orchestra e Coro del Conservatorio di Musica “A. Casella” dell’Aquila, direttore Simone Genuini, mezzosoprano Silvia Pasini, musiche di Ravel, Haendel e Britten. Targa commemorativa dell’Università per studenti e studentesse vittime del sisma.
CENTRO STORICO : Catena Umana di Bambini - Zone: Fontana Luminosa, Via Castello, Via Zara, S.Bernardino, Corso, Piazza Duomo, FedericoII, Villa Comunale, Via Caldora, Via Strinella.
Ore 15,00 PARCO DEL SOLE (Collemaggio) : lancio di palloncini di tutti i bambini aquilani che alle 15,32 simbolicamente manderanno i loro messaggi scritti ai compagni persi nel terremoto e la loro idea di ricostruzione.
Nel Piazzale di Collemaggio ogni bambino potrà inserire un messaggio di speranza in un palloncino. Verrà effettuato il lancio dei palloncini con la ripresa aerea
Ore 17,30 Chiesa di S. Maria del Suffragio: Celebrazione Consiglio Regionale (Arcivescovo Giuseppe Molinari)
Ore 18,45 – Basilica di Collemaggio - Concerto Istituzione Sinfonica Abruzzese, Soc. dei Concerti Barattelli., I Solisti Aquilani, Orchestra Giovanile Abruzzese, letture delle “Città Invisibili” di Italo Calvino a cura del TSA - Coro di S. Cecilia - Conservatorio di Musica " A. Casella, letture da “Scene da un terremoto” di Maurizio Cerini a cura de L’Uovo Teatro Stabile di Innovazione, inserti video a cura dell’Accademia dell’Immagine, dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila La lanterna Magica e dell’Abruzzo Film Commission.
Ore 20:30 Cinema Moviplex CN CINEMATOGRAFICA e MEDIA DREAM FILM presentano:
COLPA NOSTRA il film di Giuseppe Caporale regia di Walter Nanni. Ingresso gratuito
Ore 21,00 Piazza Duomo - “Riaccendi la Luna” - Titolo: Riaccendi la luna:
Riflessioni sul terremoto di oggi in rapporto con le antiche narrazioni: presente e passato si sovrappongono tra dolore e forza nel ricostruire. Letture di testi attuali e storici con musiche originali di commento Proposto dalla Compagnia teatrale " I Funamboli" di Giorgio Pitone in collaborazione con la Compagnia di Musical Il Nodo. Musiche originali del Maestro Antonio Michilli Composizione del testo tratto dalle croniche di Buccio di Ranallo, di Francesco d'Angeluccio, del De Ritis e le relazioni del 1703: Giovanna Di Matteo Registrazioni delle basi musicali: Audiolandia Records - L'Aquila Documentazione fotografica cortesemente concessa dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
5 APRILE 2010
dalle ore 9.00 in Piazza Duomo
Pasquetta all'Aquila per stare tutti insieme senza divisioni politiche, religiose o ideologiche.
Ciascuno porta qualcosa da mangiare e bere: dolci, panini, bevande etc.
Nel pomeriggio inoltrato partiranno le staffette (organizzate da
UISP e U.S. ACLI) da: Tornimparte, Poggio Picenze, Lucoli, Castelnuovo che
arriveranno in Piazza Duomo
Ore 20,30 PIAZZA DUOMO Accoglienza delle staffette UISP e U.S.
ACLI Corale Gran Sasso esegue"L'Aquila bella me"
ore 21,00 PIAZZA DUOMO Consiglio Comunale Straordinario con
presenza Sindaco di Roma Alemanno
ore 22,00 partenza fiaccolate da 4 punti:
PETTINO (davanti la chiesa) - ROIO - TORRIONE e SANT´ELIA.
ore 23,30 FONTANA LUMINOSA: accoglienza di tutte le
fiaccolate per partire alle 24:00 passando per
via Castello - porta Leone - Via Strinella - Via Caldora - Viale Collemaggio
- Villa Comunale - Corso PIAZZA DUOMO all'arrivo brano per archi del "Continuo Ensemble
ore 24,00 Accensione luci presso la Basilica di S. Bernardino,Via Garibaldi,
Corso Vittorio Emanuele.
Associazione Musei d’Abruzzo in collaborazione con Collettivo 99 .re-place interventi d’arte luminosi di Mario Airò
ore 3.32- PIAZZA DUOMO lettura dei nomi e ricordo delle vittime.
(n. 308 rintocchi di campana) -
maxischermo in contemporanea alla Villa
Comunale e a S. Bernardino.
ore 4,00 BASILICA DI COLLEMAGGIO Celebrazione della Santa Messa.
Pasquetta all'Aquila per stare tutti insieme senza divisioni politiche, religiose o ideologiche.
Ciascuno porta qualcosa da mangiare e bere: dolci, panini, bevande etc.
Nel pomeriggio inoltrato partiranno le staffette (organizzate da
UISP e U.S. ACLI) da: Tornimparte, Poggio Picenze, Lucoli, Castelnuovo che
arriveranno in Piazza Duomo
Ore 20,30 PIAZZA DUOMO Accoglienza delle staffette UISP e U.S.
ACLI Corale Gran Sasso esegue"L'Aquila bella me"
ore 21,00 PIAZZA DUOMO Consiglio Comunale Straordinario con
presenza Sindaco di Roma Alemanno
ore 22,00 partenza fiaccolate da 4 punti:
PETTINO (davanti la chiesa) - ROIO - TORRIONE e SANT´ELIA.
ore 23,30 FONTANA LUMINOSA: accoglienza di tutte le
fiaccolate per partire alle 24:00 passando per
via Castello - porta Leone - Via Strinella - Via Caldora - Viale Collemaggio
- Villa Comunale - Corso PIAZZA DUOMO all'arrivo brano per archi del "Continuo Ensemble
ore 24,00 Accensione luci presso la Basilica di S. Bernardino,Via Garibaldi,
Corso Vittorio Emanuele.
Associazione Musei d’Abruzzo in collaborazione con Collettivo 99 .re-place interventi d’arte luminosi di Mario Airò
ore 3.32- PIAZZA DUOMO lettura dei nomi e ricordo delle vittime.
(n. 308 rintocchi di campana) -
maxischermo in contemporanea alla Villa
Comunale e a S. Bernardino.
ore 4,00 BASILICA DI COLLEMAGGIO Celebrazione della Santa Messa.
Presentazione dell'iniziativa
LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE
Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole
di Antonio Gasbarrini
Cosa dire o scrivere e, soprattutto cosa fare creativamente per rivivere con un pizzico di distanza emotiva la paurosa, sobbalzante, luttuosa nottataccia delle 3.32?
Una delle vie praticabili è indicata da questa Rassegna d’arte contemporanea già nel suo emblematico titolo e sottotitolo LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE. Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole.
L’aperto invito: lasciarsi andare liberamente tra i marosi ed i flussi irrigiditi di un’intera città pietrificata nelle sue rovine dallo sguardo malefico della Gorgone.
Per rileggerne, in un’anarchico vagabondare NON STOP tra le 21 del 5 aprile e le 21 del 6, le magistrali lezioni urbanistiche, architettoniche, monumentali ed artistiche lasciate in eredità alle future generazioni dai padri fondatori a partire dalla metà del Duecento.
LA DERIVA come metafora della macroscopica diaspora degli aquilani, montanari d’indole più che di nascita, approdati nell’aprile dello scorso anno in circa 30-35.0000 sulla costa abruzzese. Un esodo biblico e di massa, questo, mai verificatosi nella storia postbellica europea. Ovviamente anche per gli altri 30-35.000 ammassati nelle tendopoli e negli altri alloggi di fortuna, si è trattato di una vera e propria deriva esistenziale.
Nell’ambito delle arti visive la parola Deriva, è collegabile a due movimenti d’avanguardia: in modo indiretto al Surrealismo ed in maniera più appropriata al Situazionismo. Si è trattato, nella prassi avanguardista, di un approccio ludico, ma anche scientifico (a livello inconscio per i compagni di strada di André Breton e psico-geografico per quelli di Guy Debord) instaurato dall’artista con il territorio, mediante la deambulazione senza meta e senza scopo, o in aperta campagna (surrealisti negli anni Venti) o nella metropoli parigina (situazionisti, anni Cinquanta-Settanta).
LA DERIVA aquilana parte storicamente da ben altri presupposti. Innanzitutto si è di fronte all’impossibilità fisica di “camminare” nelle strade, vicoli e vicoletti del centro storico dell’Aquila reso irriconoscibile dal sisma. Sequestrato da un anno dalla Protezione Civile, ma da poco più di un mese riconquistato per qualche ora domenicale nei due lembi di Piazza Palazzo e Piazzetta Nove Martiri dal fiero Popolo delle carriole. Sfondando cancellate e transenne, facendosi sequestrare gli “attrezzi eversivi” (carriole, pale, secchi, rastrelli) e beccandosi promesse denunce penali da parte della Prefettura, su segnalazione della DIGOS (Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali). E poi, occorrerà affidarsi esclusivamente alla propria immaginazione, per travalicare i “fili spinati” messi a tutela non già dei barcollanti palazzi, chiese e case, ma semplicemente per occultare tutta l’immondizia fisica e morale riversata sulle macerie da ignobili speculatori politici e imprenditoriali senza scrupoli.
Come dare una bruciante risposta a questa tragica situazione? Eccola: riappropriarsi, simbolicamente e visivamente, della città morta. In che modo? Il 6 aprile del 2010 ri/cominciando la risalita verso il Centro antico partendo dalla Fontana delle 99 Cannelle, ancestrale luogo-spazio imbevuto di una sacrale magicità rivitalizzata con le nove installazioni ispirate al sisma.
Avevo già auspicato in un mio articolo su internet: «Andando a zig zag e non in processione. Spostandosi a caso, per l’intera giornata, liberamente, senza cibo e senza meta, dentro le protettrici mura uterine della loro città fondata sull’acqua (Acquila è una delle etimologie più accreditate) ed innalzata con le pietre. Adesso sbriciolate, metamorfizzate in milioni di tonnellate di macerie indecorosamente ammucchiate da un anno – e lo si può constatare di persona nella fantasmatica Chiesa di S. Vito e nell’intero Borgo della Rivera – quasi fossero un puzzolente sterco e non già schegge impazzite d’una fragrante memoria sfregiata».
Nell’invocato rito di purificazione, si sorseggi ogni tanto l’acqua delle 99 Cannelle
“ amorevolmente raccolta” nelle 99 borracce recanti la firma degli artisti, «inseparabili compagne di strada dei camminatori di montagna. Guardando in alto per scorgere l’avvento ed assecondare il primaverile volteggio di un’aquila regale. Fermandosi per riprendere fiato. Perdendosi, ritrovandosi e abbracciandosi: nonostante tutto».
***
Dalle stalle alle stelle: Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico intorno al sole. Il sottotitolo della mostra ha inteso richiamare l’attenzione sul fatto che non solo il 6 aprile 2010 sarà trascorso un anno di calendario, ma un intero anno astronomico. Durante il quale, mentre la città fantasma dell’Aquila è rimasta paralizzata nel suo inquietante ammasso di rovine, la terra ha compiuto il suo dinamico ed ellittico moto intorno al sole, percorrendo circa 940 milioni di Km. Ma, la scoperta delle orbite ellittiche dei pianeti del sistema solare da parte di Keplero, rispetto alle consolidate orbite circolari vaticinate da Aristotile fino allo stesso Copernico, ha aperto le porte alla modernità concettuale di una diversa configurazione dello spazio, approdata, agli inizi del Novecento, nel rivoluzionario spaziotempo einsteiniano. Questo sottotitolo, inoltre, sottende un messaggio subliminale: un aperto invito, agli aquilani, oppressi e depressi per le loro attuali condizioni di vita e di non-lavoro, di guardare in alto, quell’alto stellato aperto solo al futuro ed in cui qualche giorno fa è stata individuata una galassia sconosciuta distante 10 miliardi di anni luce, da cui è possibile attingere ancora ammaestramenti metafisici, ma anche poetici.
Di conseguenza l’arte e la creatività, per la città spettrale dell’Aquila, dovranno essere già nel presente, e di più nell’immediato avvenire, il volano privilegiato della ri/nascita civile e culturale di una intera comunità attualmente ghettizzata nelle 19 little towns, nella dissestata periferia urbana, nelle malconce frazioni e comuni viciniori, negli alberghi e nelle sistemazioni autonome della costa e della Provincia.
***
Di fronte all’abbandono in cui tuttora versano i Beni artistici, architettonici e monumentali distrutti o polverizzati dal sisma (non solo in città), le 9 installazioni di LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE intendono porsi e proporsi, pertanto, come “cattiva coscienza” delle incredibili omissioni sino a qui registrate in materia di recupero e restauro dell’ingente patrimonio danneggiato. Su 3,5 miliardi di euro necessari, ne sono stati racimolati circa 35 (vale a dire un centesimo) con i più svariati stratagemmi. Si pensi alle fallimentari adozioni dei 44 monumenti da parte dei Capi di Stato intervenuti lo scorso luglio al faraonico G8 dell’Aquila.
Con la parola d’ordine “Ricominciamo dall’arte”, ogni artista invitato ha elaborato un bozzetto-progetto della sua opera germinata dal terremoto aquilano, sia in senso retrospettivo che proiettivo. L’immagine del bozzetto, insieme al testo di una dichiarazione poetica dell’autore, è stato inserito nel WEB, dove, oltre alla nota critica del curatore, saranno successivamente caricate le immagini ambientali dell’esposizione.
La Rassegna pur essendo effimera nella sua durata avrà una serie di risvolti documentali e mediatici. Tra gli altri, è prevista una ripresa filmica e fotografica dell’evento da parte dello scrittore e Reporter Sans Frontière Pino Bertelli, che saranno proiettate il 23 aprile alla Fondazione Morra di Napoli, in concomitanza della presentazione del suo ultimo libro.
Nell’impareggiabile scenario delle 99 Cannelle gli artisti VITO BUCCIARELLI / DOMENICO BOFFA / CRISTIANA CALIFANO / LEA CONTESTABILE / FABIO DI LIZIO / FRANCO FIORILLO / LICIA GALIZIA / SERGIO NANNICOLA / RAUL RODRIGUEZ esporranno le loro installazioni sulla base di una preindividuata, quanto concertante collocazione ambientale.
Sulla facciata o vicino alla diruta Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera Reconstruction, dichiarata metafora del noto videogioco Tetris applicato alla complessa ricostruzione aquilana. Dichiara l’artista: «La metafora del tetris è opportuna poiché è un gioco che “riesce” se si hanno le abilità per costruire e incastrare in maniera precisa e veloce tutti i pezzi. Una cattiva costruzione determina la perdita e quindi il Game over». Entro un paio d’anni sarà possibile valutare, da parte degli aquilani, come andrà a finire un gioco che sembra innocente, ed è invece cominciato con una serie di perversioni (per tutte, la compiaciuta risata dei due imprenditori qualche minuto dopo il sisma).
Sempre all’esterno della Fontana, Fabio Di Lizio erige il monumentale tripode in legno Frammenti, quale evocazione di un ex-voto per un ex-luogo. Un congegno parascientifico atto a misurare, con il solo ausilio della fantasia, la bontà dei selvaggi, quanto tardivi puntellamenti in corso nella città:«L’opera Frammenti traduce sensibilmente le architetture di contenimento, della messa in sicurezza degli edifici danneggiati dal sisma. Non cerca di imitare la funzione, ma il senso. Il tripode che regge ed è a sua volta retto dal peso del masso, ne parla, lo esorcizza».
Anche Lea Contestabile affida il suo personale ringraziamento e quello dei concittadini scampati alla morte, incastonando tra le singole maglie della cancellata 308 poetici, angelici cuori bianchi. La medioevale inferriata, proveniente quasi certamente dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio, sembra così una ringiovanita trapunta protettrice dei corpi maciullati: «Questi cuori bianchi dedicati alle 308 vittime del terremoto aquilano sono di garza, un materiale usato per lenire le ferite e risanare il corpo martoriato. Sono lì a ricordarci che quei morti sono i morti di tutta la città e che ognuno di noi è tenuto a conservare e a preservarne la memoria per tutti quelli che verranno».
Raul Rodriguez tende la sua grande tela di ragno della memoria lacerata, dal pavimento al cielo, per raccontarsi e raccontare scenograficamente la temeraria sfida lanciata dal Popolo delle carriole non già al destino o agli dei, ma a tutti gli incalliti imbroglioni mediatici che hanno fatto passare il rassicurante messaggio di una ricostruzione mai cominciata: «Come il narratore ambulante di Mario Vargas Llosa, racconterò le miserie dell’uomo in questa città ferma nel tempo, così qualcuno racconterà a suo figlio come, nell’Impero, il popolo degli uomini che camminano sappia cosa è successo in questo mondo a specchio, dove la gente ha perso la sua ombra».
Sergio Nannicola, alle estremità di due travi incrociate per evocare urbanisticamente gli antichi Quarti in cui era divisa La città negata / La città sospesa (titolo dell’opera), appende, ma anche sospende a mezz’aria, altrettanti sacchi di plastica trasparenti riempiti con le macerie e gli oggetti prelevati personalmente in ognuna delle aree urbane martoriate «a testimonianza di una distruzione che a un anno di distanza non trova ancora la strada della ricostruzione. Storia – Arte – Memoria – Presente e Futuro delle persone restano dunque prigioniere di un’attesa senza tempo».
Anche Franco Fiorillo e la sua Una storia alla deriva interloquiscono con l’increspato andirivieni memoriale, salvando dentro 9 bottiglie galleggianti in una delle grandi vasche della Fontana (l’oceano), i frammenti sismici insieme all’immagine fotografica della destrutturata forma originaria: «Questo è il senso: non so se rimarrà qualcosa né come questo avverrà, tutto è nuovo. La cosa certa è che la storia di cui persino la polvere è intrisa, diviene rifiuto, cambia forma».
Dolore, speranza e viaggi ultramondani e agravitazionali s’intersecano, infine, nelle tre restanti opere.
Domenico Boffa completa alle 99 Cannelle il suo lavoro Duecentonovantanoveterzi iniziato all’indomani del sisma su facebook, esponendo tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi sulla paglierina carta da pacco. Affianchiamoci al suo sconvolto e sconvolgente attraversamento del WEB: «Ho realizzato un trittico incidendo con un taglierino su carta-pacco duecentonovantanove sorrisi, le vittime del sisma [tante erano al momento dell’input su facebook, ne diverranno 308, n.d.a], sorrisi alla Ensor. Era ancora poco, troppo poco. Ho pensato subito a internet, la rete che mi ha mantenuto in contatto con la vera realtà dei post-terremotati. Facebook poteva essere usato creativamente in maniera diversa. Come una tela. Ho iniziato a pubblicare sul mio profilo dall’undici giugno, ogni giorno, un sorriso diverso che componeva il trittico accanto al nome e alla data di nascita della persona scomparsa. Ogni giorno un nome, una data di nascita e un fantasmatico sorriso cartaceo. Questa operazione mi ha aiutato a stare un po’ più vicino al popolo aquilano, a non dimenticare». L’immancabile appuntamento con la DERIVA è fortunosamente arrivato 299 giorni dopo.
Quasi a controbilanciare l’inevitabile pathos dell’installazione precedente, Licia Galizia fa danzare i suoi colorati 99 nodi da sciogliere (in forex) nel vascone frontale della Fontana. In ognuno di essi enigmatici segni e parole-chiave si rincorrono alla stregua degli smozzicati, spesso confusi racconti che gli aquilani continuano a farsi reciprocamente sulla sventurata esperienza sismica e postsismica (provate a sopravvivere in una non-più-città sequestrata ed abbrutita in cui non è più consentito fare nemmeno i rilassanti, familiarissimi quattro passi al Corso): «Le parole sono quelle che in questo ultimo anno si sono ripetute e a volte sono state martellanti, ma sono anche riferite ad azioni poco lecite come ad esempio speculare, ridere, svendere».
Ne LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE non poteva mancare il simbolo par excellance della tragedia: la tenda. Solo che entrando nel luminescente Luogo-tenda di Vito Bucciarelli, non si respira più l’aria stantia degli anonimi luoghi-spazio in cui sono stati stipati promiscuamente per circa 10 mesi esseri-numeri ridotti progressivamente a simil-larve. La verdeggiante energia fotonica sprigionata al suo interno è segno vivificatore del divenire eracliteo in quanto le sue irrinunciabili equazioni coincidono con: «La terra come territorio, il territorio come umanità, umanità come uomo, uomo come comunità, comunità come villaggio, villaggio come città: L’Aquila. L’Aquila nel tempospazio agravitazionale del luogo-tenda: contenitore e memoria».
Qui il visitatore può sedersi all’araba, stare in silenzio o raccontare quel che gli passa per la testa: quando si è ALLA DERIVA la parola “divieto” (di entrare nella zona rossa, ad esempio: provate a dirlo ai carriolisti) è scritta sulla fresca, rinfrescante e musicale acqua delle stupefacenti 99 Cannelle.
Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole
di Antonio Gasbarrini
Cosa dire o scrivere e, soprattutto cosa fare creativamente per rivivere con un pizzico di distanza emotiva la paurosa, sobbalzante, luttuosa nottataccia delle 3.32?
Una delle vie praticabili è indicata da questa Rassegna d’arte contemporanea già nel suo emblematico titolo e sottotitolo LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE. Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole.
L’aperto invito: lasciarsi andare liberamente tra i marosi ed i flussi irrigiditi di un’intera città pietrificata nelle sue rovine dallo sguardo malefico della Gorgone.
Per rileggerne, in un’anarchico vagabondare NON STOP tra le 21 del 5 aprile e le 21 del 6, le magistrali lezioni urbanistiche, architettoniche, monumentali ed artistiche lasciate in eredità alle future generazioni dai padri fondatori a partire dalla metà del Duecento.
LA DERIVA come metafora della macroscopica diaspora degli aquilani, montanari d’indole più che di nascita, approdati nell’aprile dello scorso anno in circa 30-35.0000 sulla costa abruzzese. Un esodo biblico e di massa, questo, mai verificatosi nella storia postbellica europea. Ovviamente anche per gli altri 30-35.000 ammassati nelle tendopoli e negli altri alloggi di fortuna, si è trattato di una vera e propria deriva esistenziale.
Nell’ambito delle arti visive la parola Deriva, è collegabile a due movimenti d’avanguardia: in modo indiretto al Surrealismo ed in maniera più appropriata al Situazionismo. Si è trattato, nella prassi avanguardista, di un approccio ludico, ma anche scientifico (a livello inconscio per i compagni di strada di André Breton e psico-geografico per quelli di Guy Debord) instaurato dall’artista con il territorio, mediante la deambulazione senza meta e senza scopo, o in aperta campagna (surrealisti negli anni Venti) o nella metropoli parigina (situazionisti, anni Cinquanta-Settanta).
LA DERIVA aquilana parte storicamente da ben altri presupposti. Innanzitutto si è di fronte all’impossibilità fisica di “camminare” nelle strade, vicoli e vicoletti del centro storico dell’Aquila reso irriconoscibile dal sisma. Sequestrato da un anno dalla Protezione Civile, ma da poco più di un mese riconquistato per qualche ora domenicale nei due lembi di Piazza Palazzo e Piazzetta Nove Martiri dal fiero Popolo delle carriole. Sfondando cancellate e transenne, facendosi sequestrare gli “attrezzi eversivi” (carriole, pale, secchi, rastrelli) e beccandosi promesse denunce penali da parte della Prefettura, su segnalazione della DIGOS (Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali). E poi, occorrerà affidarsi esclusivamente alla propria immaginazione, per travalicare i “fili spinati” messi a tutela non già dei barcollanti palazzi, chiese e case, ma semplicemente per occultare tutta l’immondizia fisica e morale riversata sulle macerie da ignobili speculatori politici e imprenditoriali senza scrupoli.
Come dare una bruciante risposta a questa tragica situazione? Eccola: riappropriarsi, simbolicamente e visivamente, della città morta. In che modo? Il 6 aprile del 2010 ri/cominciando la risalita verso il Centro antico partendo dalla Fontana delle 99 Cannelle, ancestrale luogo-spazio imbevuto di una sacrale magicità rivitalizzata con le nove installazioni ispirate al sisma.
Avevo già auspicato in un mio articolo su internet: «Andando a zig zag e non in processione. Spostandosi a caso, per l’intera giornata, liberamente, senza cibo e senza meta, dentro le protettrici mura uterine della loro città fondata sull’acqua (Acquila è una delle etimologie più accreditate) ed innalzata con le pietre. Adesso sbriciolate, metamorfizzate in milioni di tonnellate di macerie indecorosamente ammucchiate da un anno – e lo si può constatare di persona nella fantasmatica Chiesa di S. Vito e nell’intero Borgo della Rivera – quasi fossero un puzzolente sterco e non già schegge impazzite d’una fragrante memoria sfregiata».
Nell’invocato rito di purificazione, si sorseggi ogni tanto l’acqua delle 99 Cannelle
“ amorevolmente raccolta” nelle 99 borracce recanti la firma degli artisti, «inseparabili compagne di strada dei camminatori di montagna. Guardando in alto per scorgere l’avvento ed assecondare il primaverile volteggio di un’aquila regale. Fermandosi per riprendere fiato. Perdendosi, ritrovandosi e abbracciandosi: nonostante tutto».
***
Dalle stalle alle stelle: Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico intorno al sole. Il sottotitolo della mostra ha inteso richiamare l’attenzione sul fatto che non solo il 6 aprile 2010 sarà trascorso un anno di calendario, ma un intero anno astronomico. Durante il quale, mentre la città fantasma dell’Aquila è rimasta paralizzata nel suo inquietante ammasso di rovine, la terra ha compiuto il suo dinamico ed ellittico moto intorno al sole, percorrendo circa 940 milioni di Km. Ma, la scoperta delle orbite ellittiche dei pianeti del sistema solare da parte di Keplero, rispetto alle consolidate orbite circolari vaticinate da Aristotile fino allo stesso Copernico, ha aperto le porte alla modernità concettuale di una diversa configurazione dello spazio, approdata, agli inizi del Novecento, nel rivoluzionario spaziotempo einsteiniano. Questo sottotitolo, inoltre, sottende un messaggio subliminale: un aperto invito, agli aquilani, oppressi e depressi per le loro attuali condizioni di vita e di non-lavoro, di guardare in alto, quell’alto stellato aperto solo al futuro ed in cui qualche giorno fa è stata individuata una galassia sconosciuta distante 10 miliardi di anni luce, da cui è possibile attingere ancora ammaestramenti metafisici, ma anche poetici.
Di conseguenza l’arte e la creatività, per la città spettrale dell’Aquila, dovranno essere già nel presente, e di più nell’immediato avvenire, il volano privilegiato della ri/nascita civile e culturale di una intera comunità attualmente ghettizzata nelle 19 little towns, nella dissestata periferia urbana, nelle malconce frazioni e comuni viciniori, negli alberghi e nelle sistemazioni autonome della costa e della Provincia.
***
Di fronte all’abbandono in cui tuttora versano i Beni artistici, architettonici e monumentali distrutti o polverizzati dal sisma (non solo in città), le 9 installazioni di LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE intendono porsi e proporsi, pertanto, come “cattiva coscienza” delle incredibili omissioni sino a qui registrate in materia di recupero e restauro dell’ingente patrimonio danneggiato. Su 3,5 miliardi di euro necessari, ne sono stati racimolati circa 35 (vale a dire un centesimo) con i più svariati stratagemmi. Si pensi alle fallimentari adozioni dei 44 monumenti da parte dei Capi di Stato intervenuti lo scorso luglio al faraonico G8 dell’Aquila.
Con la parola d’ordine “Ricominciamo dall’arte”, ogni artista invitato ha elaborato un bozzetto-progetto della sua opera germinata dal terremoto aquilano, sia in senso retrospettivo che proiettivo. L’immagine del bozzetto, insieme al testo di una dichiarazione poetica dell’autore, è stato inserito nel WEB, dove, oltre alla nota critica del curatore, saranno successivamente caricate le immagini ambientali dell’esposizione.
La Rassegna pur essendo effimera nella sua durata avrà una serie di risvolti documentali e mediatici. Tra gli altri, è prevista una ripresa filmica e fotografica dell’evento da parte dello scrittore e Reporter Sans Frontière Pino Bertelli, che saranno proiettate il 23 aprile alla Fondazione Morra di Napoli, in concomitanza della presentazione del suo ultimo libro.
Nell’impareggiabile scenario delle 99 Cannelle gli artisti VITO BUCCIARELLI / DOMENICO BOFFA / CRISTIANA CALIFANO / LEA CONTESTABILE / FABIO DI LIZIO / FRANCO FIORILLO / LICIA GALIZIA / SERGIO NANNICOLA / RAUL RODRIGUEZ esporranno le loro installazioni sulla base di una preindividuata, quanto concertante collocazione ambientale.
Sulla facciata o vicino alla diruta Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera Reconstruction, dichiarata metafora del noto videogioco Tetris applicato alla complessa ricostruzione aquilana. Dichiara l’artista: «La metafora del tetris è opportuna poiché è un gioco che “riesce” se si hanno le abilità per costruire e incastrare in maniera precisa e veloce tutti i pezzi. Una cattiva costruzione determina la perdita e quindi il Game over». Entro un paio d’anni sarà possibile valutare, da parte degli aquilani, come andrà a finire un gioco che sembra innocente, ed è invece cominciato con una serie di perversioni (per tutte, la compiaciuta risata dei due imprenditori qualche minuto dopo il sisma).
Sempre all’esterno della Fontana, Fabio Di Lizio erige il monumentale tripode in legno Frammenti, quale evocazione di un ex-voto per un ex-luogo. Un congegno parascientifico atto a misurare, con il solo ausilio della fantasia, la bontà dei selvaggi, quanto tardivi puntellamenti in corso nella città:«L’opera Frammenti traduce sensibilmente le architetture di contenimento, della messa in sicurezza degli edifici danneggiati dal sisma. Non cerca di imitare la funzione, ma il senso. Il tripode che regge ed è a sua volta retto dal peso del masso, ne parla, lo esorcizza».
Anche Lea Contestabile affida il suo personale ringraziamento e quello dei concittadini scampati alla morte, incastonando tra le singole maglie della cancellata 308 poetici, angelici cuori bianchi. La medioevale inferriata, proveniente quasi certamente dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio, sembra così una ringiovanita trapunta protettrice dei corpi maciullati: «Questi cuori bianchi dedicati alle 308 vittime del terremoto aquilano sono di garza, un materiale usato per lenire le ferite e risanare il corpo martoriato. Sono lì a ricordarci che quei morti sono i morti di tutta la città e che ognuno di noi è tenuto a conservare e a preservarne la memoria per tutti quelli che verranno».
Raul Rodriguez tende la sua grande tela di ragno della memoria lacerata, dal pavimento al cielo, per raccontarsi e raccontare scenograficamente la temeraria sfida lanciata dal Popolo delle carriole non già al destino o agli dei, ma a tutti gli incalliti imbroglioni mediatici che hanno fatto passare il rassicurante messaggio di una ricostruzione mai cominciata: «Come il narratore ambulante di Mario Vargas Llosa, racconterò le miserie dell’uomo in questa città ferma nel tempo, così qualcuno racconterà a suo figlio come, nell’Impero, il popolo degli uomini che camminano sappia cosa è successo in questo mondo a specchio, dove la gente ha perso la sua ombra».
Sergio Nannicola, alle estremità di due travi incrociate per evocare urbanisticamente gli antichi Quarti in cui era divisa La città negata / La città sospesa (titolo dell’opera), appende, ma anche sospende a mezz’aria, altrettanti sacchi di plastica trasparenti riempiti con le macerie e gli oggetti prelevati personalmente in ognuna delle aree urbane martoriate «a testimonianza di una distruzione che a un anno di distanza non trova ancora la strada della ricostruzione. Storia – Arte – Memoria – Presente e Futuro delle persone restano dunque prigioniere di un’attesa senza tempo».
Anche Franco Fiorillo e la sua Una storia alla deriva interloquiscono con l’increspato andirivieni memoriale, salvando dentro 9 bottiglie galleggianti in una delle grandi vasche della Fontana (l’oceano), i frammenti sismici insieme all’immagine fotografica della destrutturata forma originaria: «Questo è il senso: non so se rimarrà qualcosa né come questo avverrà, tutto è nuovo. La cosa certa è che la storia di cui persino la polvere è intrisa, diviene rifiuto, cambia forma».
Dolore, speranza e viaggi ultramondani e agravitazionali s’intersecano, infine, nelle tre restanti opere.
Domenico Boffa completa alle 99 Cannelle il suo lavoro Duecentonovantanoveterzi iniziato all’indomani del sisma su facebook, esponendo tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi sulla paglierina carta da pacco. Affianchiamoci al suo sconvolto e sconvolgente attraversamento del WEB: «Ho realizzato un trittico incidendo con un taglierino su carta-pacco duecentonovantanove sorrisi, le vittime del sisma [tante erano al momento dell’input su facebook, ne diverranno 308, n.d.a], sorrisi alla Ensor. Era ancora poco, troppo poco. Ho pensato subito a internet, la rete che mi ha mantenuto in contatto con la vera realtà dei post-terremotati. Facebook poteva essere usato creativamente in maniera diversa. Come una tela. Ho iniziato a pubblicare sul mio profilo dall’undici giugno, ogni giorno, un sorriso diverso che componeva il trittico accanto al nome e alla data di nascita della persona scomparsa. Ogni giorno un nome, una data di nascita e un fantasmatico sorriso cartaceo. Questa operazione mi ha aiutato a stare un po’ più vicino al popolo aquilano, a non dimenticare». L’immancabile appuntamento con la DERIVA è fortunosamente arrivato 299 giorni dopo.
Quasi a controbilanciare l’inevitabile pathos dell’installazione precedente, Licia Galizia fa danzare i suoi colorati 99 nodi da sciogliere (in forex) nel vascone frontale della Fontana. In ognuno di essi enigmatici segni e parole-chiave si rincorrono alla stregua degli smozzicati, spesso confusi racconti che gli aquilani continuano a farsi reciprocamente sulla sventurata esperienza sismica e postsismica (provate a sopravvivere in una non-più-città sequestrata ed abbrutita in cui non è più consentito fare nemmeno i rilassanti, familiarissimi quattro passi al Corso): «Le parole sono quelle che in questo ultimo anno si sono ripetute e a volte sono state martellanti, ma sono anche riferite ad azioni poco lecite come ad esempio speculare, ridere, svendere».
Ne LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE non poteva mancare il simbolo par excellance della tragedia: la tenda. Solo che entrando nel luminescente Luogo-tenda di Vito Bucciarelli, non si respira più l’aria stantia degli anonimi luoghi-spazio in cui sono stati stipati promiscuamente per circa 10 mesi esseri-numeri ridotti progressivamente a simil-larve. La verdeggiante energia fotonica sprigionata al suo interno è segno vivificatore del divenire eracliteo in quanto le sue irrinunciabili equazioni coincidono con: «La terra come territorio, il territorio come umanità, umanità come uomo, uomo come comunità, comunità come villaggio, villaggio come città: L’Aquila. L’Aquila nel tempospazio agravitazionale del luogo-tenda: contenitore e memoria».
Qui il visitatore può sedersi all’araba, stare in silenzio o raccontare quel che gli passa per la testa: quando si è ALLA DERIVA la parola “divieto” (di entrare nella zona rossa, ad esempio: provate a dirlo ai carriolisti) è scritta sulla fresca, rinfrescante e musicale acqua delle stupefacenti 99 Cannelle.
LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE
L’AQUILA 5 APRILE dalle ore 21,00 del 5 alle ore 21,00 del 6 APRILE 2010
UN EVENTO NON STOP DA NON PERDERE
LA MOSTRA , a cura di Antonio Gasbarrini con il Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus” dell’Aquila, vede la partecipazione di 9 ARTISTI che esporranno le loro installazioni ispirate al sisma.
Vicino la Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera “Reconstruction” e
Fabio Di Lizio erige un monumentale tripode in legno “Frammenti”, tra le singole maglie della cancellata
Lea Contestabile incastona 308 cuori bianchi, all’interno della Fontana ci saranno le installazioni di Raul Rodriguez (una grande tela di ragno della memoria lacerata),
Sergio Nannicola (quattro sacchi di plastica sospesi, riempiti con le macerie e gli oggetti raccolti personalmente nei 4 quarti della città),
Franco Fiorillo (9 bottiglie, destinate idealmente a galleggiare nell’oceano, contenenti la polvere sismica insieme all’immagine fotografica di ciò che era stata),
Domenico Boffa (tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi su carta da pacco),
Licia Galizia (che scrive una parola-chiave evocatrice in ognuno dei suoi 99 nodi colorati da sciogliere),
Vito Bucciarelli (che installa una tenda dove i visitatori potranno incontrare il verde e luminescente universo agravitazionale, sedersi all’araba sui cuscini, raccontare le loro storie, leggere brani, recitare poesie).
Parte integrante della mostra-evento è costituita dal rito laico propiziatorio della DERIVA: 99 BORRACCE con le firme autografe degli artisti saranno riempite “simbolicamente” con l’acqua rigeneratrice delle 99 Cannelle e DONATE ai visitatori che risaliranno al Centro Storico.
Il programma generale di “Guardarsi dentro” è su: www.guardarsidentro.it
info: info@guardarsidentro.it – 3207657511
Per la rassegna delle arti “Guardarsi dentro, incontrarsi con le arti” (L’Aquila, 12 febbraio-22 maggio 2010), promossa dal Servizio Politiche Culturali della Regione Abruzzo per il trentennale delle Agenzie di Promozione Culturale con la direzione artistica di Giancarlo Gentilucci.
UN EVENTO NON STOP DA NON PERDERE
LA MOSTRA , a cura di Antonio Gasbarrini con il Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus” dell’Aquila, vede la partecipazione di 9 ARTISTI che esporranno le loro installazioni ispirate al sisma.
Vicino la Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera “Reconstruction” e
Fabio Di Lizio erige un monumentale tripode in legno “Frammenti”, tra le singole maglie della cancellata
Lea Contestabile incastona 308 cuori bianchi, all’interno della Fontana ci saranno le installazioni di Raul Rodriguez (una grande tela di ragno della memoria lacerata),
Sergio Nannicola (quattro sacchi di plastica sospesi, riempiti con le macerie e gli oggetti raccolti personalmente nei 4 quarti della città),
Franco Fiorillo (9 bottiglie, destinate idealmente a galleggiare nell’oceano, contenenti la polvere sismica insieme all’immagine fotografica di ciò che era stata),
Domenico Boffa (tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi su carta da pacco),
Licia Galizia (che scrive una parola-chiave evocatrice in ognuno dei suoi 99 nodi colorati da sciogliere),
Vito Bucciarelli (che installa una tenda dove i visitatori potranno incontrare il verde e luminescente universo agravitazionale, sedersi all’araba sui cuscini, raccontare le loro storie, leggere brani, recitare poesie).
Parte integrante della mostra-evento è costituita dal rito laico propiziatorio della DERIVA: 99 BORRACCE con le firme autografe degli artisti saranno riempite “simbolicamente” con l’acqua rigeneratrice delle 99 Cannelle e DONATE ai visitatori che risaliranno al Centro Storico.
Il programma generale di “Guardarsi dentro” è su: www.guardarsidentro.it
info: info@guardarsidentro.it – 3207657511
Per la rassegna delle arti “Guardarsi dentro, incontrarsi con le arti” (L’Aquila, 12 febbraio-22 maggio 2010), promossa dal Servizio Politiche Culturali della Regione Abruzzo per il trentennale delle Agenzie di Promozione Culturale con la direzione artistica di Giancarlo Gentilucci.
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