L'associazione persegue finalità di solidarietà sociale, civile e culturale, con l’obiettivo di informare e tutelare i cittadini delle zone incluse nel cratere sismico del 6-4-2009, per ottenere il pieno riconoscimento dei nostri diritti di procedere alla ricostruzione e riqualificazione partecipata delle zone danneggiate, secondo i criteri della massima trasparenza e della maggior efficacia, scongiurando il rischio di smembramento e dissoluzione socio-culturale delle popolazioni colpite.

TESTO INTEGRALE DELLO STATUTO

IL NUOVO SITO INFORMATIVO




ULTIMO AGGIORNAMENTO 10 Gennaio 2011



MARCHE E UMBRIA / ABRUZZO

Un continuo paragone tra le due strategie di ricostruzione, UN VOLANTINO per pubblicizzare l'efficentismo ma...

Un paragone chiaro ed efficace richiede però un’attenta analisi dei dati di fatto, dei numeri, della realtà dei due programmi e degli effetti previsti e verificati.

67.500 i cittadini abruzzesi evacuati dalle proprie abitazioni nelle ore successive al sisma del 6 aprile. Poco più di 22mila gli sfollati umbri e marchigiani nel 1997. Precisamente un terzo di quelli aquilani.


In relazione a ciò, i fondi programmati e stanziati dal governo italiano e dalla regione Umbria (attraverso diversi mutui contratti dall’ente regionale al preciso scopo della ricostruzione) ammontavano complessivamente a 15mila miliardi di lire. 7,75 miliardi di euro.

Per il dramma aquilano, con proporzioni di devastazioni triplici, lo stato italiano stanzia appena 5,8 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i 4 miliardi programmati dal CIPE e sottratti dalla quota di fondi previsti per lo sviluppo nel Mezzogiorno e i 470 milioni stanziati dall’Unione Europea.

10,2 miliardi complessivi, comprensivi di risorse finalizzate allo sviluppo economico, alle esenzioni fiscali, ai sistemi contributivi e ai lavori di messa in sicurezza, per una porzione di paese che, invece, secondo i resoconti ufficiali dell’Unione Europea per la sola ricostruzione infrastrutturale necessiterebbe di oltre 10 miliardi di euro.

Una comparazione accurata tra i due sistemi di spesa, richiede un’analisi dettagliata per il capitolo di spesa più importante: gli stanziamenti per la ricostruzione privata.

Per Umbria e Marche, a fronte di 27.781 interventi di ricostruzione per edifici privati, vennero stanziati oltre 5 miliardi di euro. In Abruzzo il monte complessivo di fondi per la ricostruzione privata ammonta a 3,1 miliardi di euro, spalmati dal 2010 al 2032, per un numero di abitazioni colpite oltre a 34mila unità escluse le case A

Esclusi eventuali fondi FAS, per i primi 4 anni saranno disponibili 800 milioni di euro. Meno di quanto messo a disposizione nello stesso tempo per Umbria e Marche.

Altro confronto, quello sulla strategia di ricostruzione. In Umbria dopo 3 anni, il 65% delle persone era tornato nella propria casa perfettamente a norma o abitava in una casa di nuova costruzione al posto di quella vecchia. Il restante 35% usufruiva del contributo di autonoma sistemazione o dei moduli abitativi temporanei (l’11%).

Per L’Aquila il piano di ricostruzione ha concentrato l’attenzione sul piano C.A.S.E. piuttosto che sui moduli in legno. L’assenza di un vero piano di realizzazione di case in legno o mobili (con un costo pari ad un terzo di quelle temporanee in cemento armato e prive di problemi di impatto ambientale) ha comporto ancora la presenza, di diverse decine di migliaia di persone assistite dalla Protezione Civile.

Infine, ultimo raffronto: la questione dei tributi. Un raffronto immediato. Sospensione del pagamento delle tasse per due anni e recupero del 40% degli arretrati dopo 12 anni in Umbria. Sospensione del pagamento dei tributi per 16 mesi e recupero del 100% degli arretrati per l’Abruzzo.

CASE SENZA CITTA' PERIFERIE SENZA CENTRO

Quella delle C.A.S.E. è stata la più grande operazione di marketing dell'era moderna. Una "grande dimostrazione di solidarietà e di efficienza" che finora, fuori dall'Aquila, è riuscita a mascherare bene la pressoché totale assenza della ricostruzione vera.


Case senza città, periferie senza centro, cittadini senza città - di Sonja Riva

L'Aquila un anno dopo non è una fiaba a colori, con tanto di nuove case superaccessoriate, dove ora vivono gli aquilani, felici nel loro happy end. Gli aquilani felici proprio non sono. Li abbiamo visti negli autobus, confusi nell'informarsi su come fare per raggiungere luoghi che non sanno più nemmeno dove si trovano. Seduti con gli occhi svuotati, pieni solo dell'assenza di quello che non c'è più. Sfiduciati e spenti, soprattutto gli anziani, oppure agitati in un muoversi frenetico e fuori luogo, lungo le poche strade cittadine, ora invase da un traffico che neanche una megalopoli può vantare, dentro ad automobili diventate rifugio, dove sentirsi almeno un minimo a casa, autonomi e sicuri. Ad un anno dal terremoto, l'Aquila sembra un pugile stordito, che barcolla sulle gambe, mentre l'arbitro della politica lo guarda senza sapere bene cosa fare. Un anno dopo la distruzione di interi paese e frazioni, il centro storico aquilano annientato, 70 mila sfollati e 307 morti, molto è cambiato, ma appare ancora poco: non tutti hanno ancora una situazione abitativa stabile, chi vive ancora negli alberghi della costa, chi in situazione di fortuna. Il centro storico è ancora invaso dalle macerie ed è lì come rassegnato in una spettralità congelata nella mancanza di tracce di vita, in una desolazione oggi più perturbante di ieri. Un centro storico che appare come una gigantesca scenografia, una ricostruzione finta, di cartapesta nella sua vita vera ormai inesistente dei suoi colori quotidiani, delle sue voci, del suo rincorrersi di abitudini. Ad oggi manca ancora un progetto urbanistico, un piano di ricostruzione, chiarezza su come si procederà per far ripartire le attività commerciali del centro, e l'economia tutta, ma anche progettualità quotidiane, che nell'immediato possano almeno rinsaldare il tessuto sociale strappato dallo smembramento di collettività ora sparse nelle diverse New Town, i nuovi insediamenti costruiti dalla protezione civile, che sono diventati tanti satelliti periferici sostitutivi di un centro che non c'è più, gradevoli, ma nei quali non ci si può riconoscere, perché nulla parla di loro, delle loro vite e delle loro storie. Fortunatamente, le persone costituite in associazioni, in collettivi, in comitati, unite dal profondo desiderio di riappropriarsi della loro città e del loro centro storico hanno animato le domeniche delle carriole, invadendo in tanti il loro centro, ancora chiuso e inaccessibile, con carriole, secchi e guanti, iniziando simbolicamente a liberarlo dai detriti. Per ritrovarsi, lì sì davvero tutti insieme, nel far sentire il loro sgomento, la loro voglia disperata di esserci e continuare a essere considerati cittadini veri e propri, dei quali tenere conto nei piani di ricostruzione, nelle loro vite future e nella loro città futura.

PICCOLO GLOSSARIO, parte II, seguito da Lettere d’amore alla Protezione Civile e Leggenda

RUMENA, la solita…
I castelli della Loira sono abitati da fantasmi romantici, quelli della Scozia da inquiete presenze sanguinarie; a Cerreto Guidi, la triste storia di Isabella de’Medici affascina e commuove i visitatori… “La solita rumena” è il fantasma che rende inquiete tutte le palazzine del progetto C.A.S.E. e, al contempo, mette a nudo la loro anima, ahimè troppo umana e debole. Nelle infinite varianti che può assumere la sua ectoplasmatica essenza, l’hanno avvistata in molti, e ne fanno argomento di conversazione quotidiano nei due – tre bar rimasti aperti in città, stupefatti della sua sovrumana resistenza. Per qualcuno è una rumena-albanese, per altri una rumena-sudamericana, c’è stato persino un caso di avvistamento di una rumena-polacca, con tanto di griffe papale sulla maglietta, sempre molto accollata. Si ha qualche notizia di tentativi di esorcismi collettivi, per allontanare dalle soglie l’aborrito odore del gulasch e del borsch, con suffumigi a base di aromi concentrati di amatriciana e salsicce all’aglio. Invano. Notoriamente, le salsicce all’aglio servono solo per le rumene-rumene originarie della Transilvania: avvistamenti, almeno per ora, non riportati.



TERREMOTO, s.m.
Spettacolo di dubbio gusto, inscenato preferibilmente al primo sentore di primavera. Dalle rare testimonianze di chi vi ha partecipato e ne conserva un ricordo sempre più sfumato (tipico dell’abbandono dello stato di trance), sembra essere l’estrema propaggine moderna degli antichi baccanali. I movimenti dei partecipanti sono improntati a “botte”, “salti” e “scosse”, non meglio specificati ma devastanti negli effetti, di cui sembra si misuri in intensità assolutamente soggettive il grado. La fiumana di persone coinvolte, in forza del “furor” che le aggredisce, rappresenta uno dei pericoli migratori più acuti e rischiosi dei nostri tempi. Non solo avere un “terremotato” in casa è divenuto così sinonimo di sfortuna e calamità prossima, ma il mare dei “terremotati” può, nel suo dionisiaco furore, far a pezzi persone e cose incontrate sulla sua onda montante. Si veda quanto si narra dell’Aquila dove, il 6 aprile del 2009, un esaltato e innumerevole esercito di invasati ha praticamente raso al suolo la città con le sue danze e “fughe”, distruggendo un inestimabile patrimonio artistico e abitativo. I successivi decreti tesi ad allontanare dalla popolazione superstite persino l’uso di droghe leggere, quali caffè, tè o sigarette, miravano essenzialmente a ridurre le possibilità del ripetersi di un tale, preoccupante fenomeno di massa. L’alto rischio percentuale di un simile evento ha giustificato l’adozione di provvedimenti drastici ed impopolari, ispirati al contempo alla logica della sorveglianza continua e della drastica limitazione di ogni veicolo di contagio e comunicazione dell’infezione psichica (v. “Metodo Augustus”). Il “cordone sanitario” steso in tale occasione attorno alla popolazione residua, si è spinto fino alla necessaria adozione di misure limitative della libertà personale, alla lamentata e deprecabile assenza di spazi riservati nei campi profughi (finanche nei bagni pubblici), all’utilizzazione strategica della promiscuità tra età e sessi diversi per evitare – attraverso l’inibizione preventiva di ogni stimolo sessuale – il ripetersi di comportamenti antisociali .
Dell’oscura vicinanza tra terremoto e culti orgiastici o di trance si è poi ottenuta una drammatica riprova quando la lontana Port-au-Prince, capitale dell’isola di Haiti, notoriamente patria del voodoo, è stata colpita da analoga disgrazia, a livelli incomparabilmente più alti. Risulta che l’appassionato appello del Massimo Responsabile e Guida italiano perché anche lì si adottasse il “modello aquilano” sia stato drammaticamente ignorato. L’ancor più prossimo e devastante terremoto del Cile è facilmente riconducibile all’insieme di culti estatici di tipo sincretistico, diffusissimi nel subcontinente americano. Gli incidenti diplomatici connessi con l’esternazione di cui sopra, hanno impedito al Responsabile Massimo e Guida di portare il contributo della sua esperienza anche in quella sede. Fatti loro.



SOPRAVVISSUTO, agg. e s.m. (f. –a) [p.p. di “sopravvivere”]
Principio esiziale del tempo. Tutti, più o meno, si sopravvive. C’è chi sopravvive alla politica, chi al ’68, chi al crollo del muro di Berlino, chi al terremoto. Cialente è sopravvissuto a se stesso.
Ottimo soggetto per istant-book che lasciano il tempo che trovano, ma costituiscono un insuperabile appoggio per rinforzare carriere politiche traballanti.









LETTERE D’AMORE ALLA PROTEZIONE CIVILE








Cara Protezione Civile,
ieri, mentre passavo per strada con l’amico mio nuovo, che andava a prendere un po’ di cose a casa sua, mi è capitato di ricordare i bei momenti passati insieme. Saranno stati i vicoli vuoti, sarà stata la pioggia che lavava via la polvere dei mattoni e delle rovine, sarà stato quel vedere scorrere per terra fiumi di acqua sporca che si mischiavano col dolore che sentivo dentro me… insomma, per la prima volta, mi è accaduto di pensarti con nostalgia.
Cara Protezione Civile, non mi sono mai chiesto, finora, ma tu, che ricordo hai di quei giorni. Ti manco? Senti ancora per me quell’affetto così deciso e protettivo? E dove sono andati i tuoi saggi consigli, le tue premure, i tuoi ricorrenti e indimenticabili segni di attenzione verso di me? Ah, come potrò mai dimenticare il momento in cui, incrociando per la prima volta il tuo sguardo, ho sentito come se mi sciogliessi dentro, e mi sono trovato attratto e protetto dal tuo capace ed abbondante petto generoso.
Cara Protezione Civile, dimmi la verità: chi stai assistendo, adesso? Mi hai già dimenticato, vero? Un amore fugace come i tanti della tua turbinosa vita, sempre in mezzo ad avventure audaci e spericolate.
Cara Protezione Civile, non te ne voglio. Sapevo dall’inizio che tra noi non sarebbe durato. Eppure, ecco, oggi, questo improvviso bisogno di scriverti, di sentirti, di farti sapere quanto il tuo ricordo rimanga indelebile dentro di me…
Cara Protezione Civile, ti prego: dimmi che non sono stato solo un’avventura!




DAL CENTRO OPERATIVO DELLA GUARDIA DI FINANZA




Spett.le Di.Coma.C.
Presso la Caserma della Guardia di Finanza
L’Aquila
Bazzano, 15 luglio 2009
Gentili Signori,
con questa mia vengo a significarvi quanto segue:
Io sottoscritto dott. prof. Generoso Magliacci, fu Emidio e Mariantonia, avendo appreso per la cosiddetta via breve che è in corso una gara d’appalto per la costruzione di un nuovo insediamento abitativo del progetto C.A.S.E., da situare sul territorio riportato in catasto alla partita 173653, foglio 131 p.lle nn. 397, 398, 197 e foglio 146 p.lla 178 del Comune dell’Aquila, per una consistenza di mq. 4816
poiché il suddetto terreno, per le particelle indicate e nella consistenza relativa è mia proprietà esclusiva dal 1978, come sicuramente si evince dagli atti in vostro possesso;
poiché la regolare registrazione dell’atto di proprietà è stata a suo tempo debitamente rimessa alle autorità competenti per il rilascio delle documentazioni d’uso;
poiché posso esibire regolare licenza edilizia datata L’Aquila 20 febbraio 1984;
poiché la mia casa insiste su detto terreno, di cui sono proprietario esclusivo, lo ripeto, dal 1978,
posso chiedervi dove cazzo intendete costruire le vostre case se qui c’è già la mia?
Distinti saluti.











LEGGENDA




Era estate. Il giorno preciso non lo ricordo e, francamente, preferisco evitare a voi e a me dettagli troppo definiti. Era un giorno di questa incredibile estate, uno dei tanti che abbiamo passato cercando di reinventare un significato alle nostre vite, di sollevare un po’ le anime dal peso che si portano dietro. Con Giannino avevo appena passato il confine di Porta Castello, che un solerte granatiere ci aveva fermati, interrogati, invitati ad andarcene alzando appena appena la voce. Giusto per farci capire che non scherzava. Che non era possibile scherzare, lì. A chiudere le sue parole col sigillo di un’autorevolezza persino soprannaturale, una piccola scossa – piccola, appena 2,8 – 3 gradi Richter – aveva fatto in modo che il suo “NO!” risuonasse ancora più a lungo dentro di noi.
Mi era rimasto dentro un desiderio frustrato, che cresceva e cresceva, complice il po’ di vino che Giannino e Gigi erano riusciti a farmi bere a cena, forse desiderando vivere un po’ di più le stelle di quella notte, forse per dimenticare le tante tristezze che i ricordi ci avevano portato, le tante cose che quel pugno di giorni, quel breve volgere di mesi ci aveva strappato. La città, la mia città, esita ancora a rivelare i suoi segreti a chi non la conosce, a chi non l’ha percorsa nei tempi perdendo dentro di lei e con lei le tante età della vita. Non per me.
Entrare non è stato difficile. Il varco c’è ancora oggi, ogni tanto lo controllo solo per dirmi che, volendo, potrei ripetere l’avventura. Un varco facile, sotto gli occhi di tutti, conosciuto da tutti noi che lo usavamo per scappare, per uscire di nascosto, per scendere non visti al fiume, per risalire e tornare a casa prima ancora che i genitori potessero avere il reale sospetto di cosa avessimo fatto nelle nostre scorribande a piedi, in bici, in moto… Sono entrato.
In fondo erano poche le cose che volevo rivedere. Da tutta quella distruzione mi interessava salvare i pochi ricordi che ora il tempo aveva fatto riemergere, le poche immagini assolutamente intime che potevano interessare al limite me, la mia ragazza di allora, la mia città che non c’è più. Tra la Villa Comunale e Piazza S. Giusta c’è, in un vicolo nascosto, una casa abbandonata. Nel “basso” a piano terra, visibile da una finestra con le grate un po’ fasulle, era una vecchissima Guzzi rossa, serbatoio a goccia, sellino mangiato dai topi, qualche striscia di colore ancora intatta e, soprattutto, un irreale cambio a cloche che troneggiava a destra. In una via ben conosciuta, a piedi piazza, un’edicola sacra appartata. Passavo di lì quasi tutte le sere e una signora anzianissima e curva sembrava aspettarmi per chiedermi, un giorno sì e uno no, se potevo mettere per lei un lumino acceso sul piccolo altare, troppo al di sopra della sua portata, e un po’ d’acqua nel vasetto della piantina a fianco dell’immagine sacra. Era diventata una piccola abitudine, fin quando, una sera, lei non si fece vedere. Né quella successiva. Né mai più. E dunque era diventato inutile accelerare i passi, o ritardarli, per far coincidere il mio passaggio col suo. E non mi ero mai chiesto, come invece stavo facendo ora, quante volte lei avesse accelerato o ritardato le uscite per trovare sulla sua strada quel ragazzo alto, cui non si vergognava di chiedere aiuto.
La lunetta, segnata e squassata, c’era ancora. Difficile leggere l’immagine al suo interno, e d’altronde il buio non aiutava certo. La Guzzi, invece no. Non c’era più il palazzo.
Allora ho cercato la casa dove, da adolescente, ho imparato ad amare i libri, il loro profumo, l’ordine misterioso e spesso esoterico che sottende al loro giustapporsi. Immaginavo le stanze che percorrevo avido, impaziente di trovare i testi che la mia curiosità inseguiva. La casa è ancora lì. Ho scavalcato la protezione del giardino, mi sono sdraiato nell’erba del piccolo prato dinanzi alla biblioteca. Ho sognato un po’.
È stato allora che ho iniziato a sentire che le cose, le ombre, le pietre stesse della città avevano una loro vita. E qualcosa di quella vita sembrava trasmettermisi. Come un vibrare, un silenzioso e dignitoso ritrarsi nell’ombra, un fievole far cenno alla mia presenza attraverso un crepitio appena appena accennato che gli scuri severi rimandavano alle tegole curiose, e queste suggerivano al muro del palazzo vicino, mentre poche pietre sofferenti, residue di un ingresso antico, giudicavano con accigliata superiorità il mio vagare solitario.
La città era insieme austera, familiare, ferita, estranea. Tra i tanti vicoli della mia infanzia mi sono nascosto alle ronde notturne, tra le macerie ho annusato gli odori della morte e della vita. Quasi l’alba, vicino a casa mia, ho ceduto al sonno. Erano le quattro, ed era bello chiudere gli occhi aspettando la prima carezza del sole.
Ho dormito? Non so. Ho sognato? Forse. Solo verso le sette ho iniziato a sentire, prima piano, poi sempre più forte, un suono dapprima debole e familiare che s’ingigantiva, cresceva, rombava fino a diventare impossibile, urlava dolente come un metallo compresso e battuto con ferocia. Il primo istinto è stato quello di fuggire. Di corsa, con appena il tempo di accendere la moto e scappare, a perdifiato, incurante del rischio che avrei corso se fermato. I vicoli, le strade in ripida discesa, e ancora, dappertutto, gli echi di quel suono. Ora dolce, ora martellante, ora trillante e ripetuto, ora lontano. Ma onnipresente. Dalle case vuote, dai palazzi abbandonati in fretta, finestre occhiute e spalancate mi rigettavano addosso quell’opprimente, insopportabile rumore.
ERANO LE SVEGLIE! A radio, a carillon, a trillo, a musica, a cucù; la mia, le vostre, le sveglie di tutta la città che si ribellavano all’abbandono, che continuavano imperterrite a segnare l’alba dei nostri giorni scomparsi, che ripetevano nel loro grido la voglia di non morire dell’Aquila, fino all’ultimo, esausto, lampo di energia della loro longeva vita elettrica. Erano le sveglie, esercito rumoroso e vigile, che mi richiamavano a una vita impossibile, trascorsa, di cui si rifiutavano di custodire silenziosamente il ricordo.
Erano le sveglie!

Marcello Gallucci

I PROGETTI DEL PRESIDENTE DI PROVINCIA " DEL CORVO"

I progetti di Del Corvo: scuole, strade, termovalorizzatori



Prima conferenza stampa del neo presidente della provincia dell'Aquila Antonio Del Corvo, che si è tenuta a sorpresa a palazzo dell'Emiciclo, sede del consiglio regionale, e non nei container dove ha trovato sede provvisoria la presidenza della Provincia.

''Una scelta non casuale - sottolinea subito il senatore e coordinatore del Pdl senatore Fabrizio Di Stefano per fugare perplessità - perché la vittoria strepitosa di Del Corvo suggella una filiera amministrativa coesa e dello stesso colore politico composta da Governo Regione e appunto provinciali che sarà importante anche per la ricostruzione.''

Prende parola il capogruppo Pdl in regione Gianfranco Giuliante, che siede alla destra del neo-presidente al posto del senatore Filippo Piccone bloccato dal traffico e in arrivo da Roma. Nel suo intervento Giuliante annuncia che la Provincia con Del Corvo avrà come priorità anche la crisi economica della valle Peligna, a lungo trascurata dalla passata amministrazione.

''Sarò il presidente di tutti i cittadini e di tutta la Provincia- esordisce Antonio Del Corvo - ed è ovvio però che il massimo dei miei sforzi saranno concentrati sulla ricostruzione dei centri storici. Per questo motivo come promesso ci sarà in giunta un assessore alla ricostruzione e sarà aquilano.

Alla domanda: E' pronto a battere i pugni sul tavolo del governo se non manterrà gli impegni sul fronte della ricostruzione?'', Del Corvo risponde: ''Agli amici del governo ho detto, io ci ho messo la faccia ora voi dovete mantenere tutti gli impegni, non mi dovete abbandonare, ma sono sicuro che ciò avverrà. Berlusconi mi hadeto che se non si a il Ponte sullo stretto non mi interessa, la cosà più importante è ricostruire L'Aqula''. '' La ricostruzione - aggiunge Del Corvo - spiega avrà canali di finanziamento privilegiati, stanziati dal governo e dalla regione, la Provincia non ha in questo ambito fondi propri, e quelli che ha deve utilizzarli per tutto il territorio provinciale''

Veniamo al programma di governo. Per quanto riguarda i rifiuti, settore in cui ha significative competenze l'ente provinciale, Del Corvo allude alla possibilità, consentita dal Piano energetico regionale, di realizzare termovalorizzatori, per risolvere l'imminente emergenza rifiuti, in particolare quella che grava sul territorio aquilano, dove ora a costi molto alti l'immondizia viene portata alla discarica di Lanciano.

Novità nel settore della formazione professionale essa andrà svolta nelle intenzione del neo presidente in azienda e non in ''asettiche aule'', perchè così non si creano posti di lavoro, come previsto dall'accordo Stato-Regione.

Del Corvo promette poi tagli ai costi della politica, a cominciare dagli enti partecipati dalla provincia, ''che sono luoghi di clientele e non creano lavoro, sarà difficile però metterci mano perchè ci sono situazioni stratificate''.

''Le infrastrutture che realizzerò - assicura del Corvo - sono quelle già stabilite e finanziate dal governo e dalla regione, cercherò però di accellerare i tempi''

Importante ambito di competenza della Provincia è quello dell'edilizia scolastica e Del Corvo su questo versante si dice sicuro di fare molto e bene: ''Il decreto Abruzzo - afferma infatti - stanzia molte risorse per mettere in sicurezza le scuole, e c'è un progetto pilota''.

6 APRILE

Ore 9,30 Piazza 6 Aprile GDF – posa della Corona – presso la Caserma della Guardia di Finanza –Via delle Fiamme Gialle- Coppito

Ore 11,00 S. Messa a S. Sisto con Padre Candido e Don Marco – Le Misericordie di Roma San Romano e Tavarnelle V.P- Barberino V.E. in collaborazione con la Misericordia dell'Aquila pianteranno un abete donato dalla Forestale AQ.
S. Messa a S. Sisto - Misericordia di Roma - pianterà un albero della vita

Ore 12,00 Atrio della Facoltà di Scienze – Università di Coppito – a cura dell’Università degli Studi dell’Aquila e dei Comitati Cittadini : Concerto de I Solisti Aquilani con Orchestra e Coro del Conservatorio di Musica “A. Casella” dell’Aquila, direttore Simone Genuini, mezzosoprano Silvia Pasini, musiche di Ravel, Haendel e Britten. Targa commemorativa dell’Università per studenti e studentesse vittime del sisma.

CENTRO STORICO : Catena Umana di Bambini - Zone: Fontana Luminosa, Via Castello, Via Zara, S.Bernardino, Corso, Piazza Duomo, FedericoII, Villa Comunale, Via Caldora, Via Strinella.

Ore 15,00 PARCO DEL SOLE (Collemaggio) : lancio di palloncini di tutti i bambini aquilani che alle 15,32 simbolicamente manderanno i loro messaggi scritti ai compagni persi nel terremoto e la loro idea di ricostruzione.

Nel Piazzale di Collemaggio ogni bambino potrà inserire un messaggio di speranza in un palloncino. Verrà effettuato il lancio dei palloncini con la ripresa aerea

Ore 17,30 Chiesa di S. Maria del Suffragio
: Celebrazione Consiglio Regionale (Arcivescovo Giuseppe Molinari)


Ore 18,45 – Basilica di Collemaggio - Concerto Istituzione Sinfonica Abruzzese, Soc. dei Concerti Barattelli., I Solisti Aquilani, Orchestra Giovanile Abruzzese, letture delle “Città Invisibili” di Italo Calvino a cura del TSA - Coro di S. Cecilia - Conservatorio di Musica " A. Casella, letture da “Scene da un terremoto” di Maurizio Cerini a cura de L’Uovo Teatro Stabile di Innovazione, inserti video a cura dell’Accademia dell’Immagine, dell’Istituto Cinematografico dell’Aquila La lanterna Magica e dell’Abruzzo Film Commission.


Ore 20:30 Cinema Moviplex
CN CINEMATOGRAFICA e MEDIA DREAM FILM presentano:
COLPA NOSTRA il film di Giuseppe Caporale regia di Walter Nanni. Ingresso gratuito

Ore 21,00 Piazza Duomo - “Riaccendi la Luna” - Titolo: Riaccendi la luna:
Riflessioni sul terremoto di oggi in rapporto con le antiche narrazioni: presente e passato si sovrappongono tra dolore e forza nel ricostruire. Letture di testi attuali e storici con musiche originali di commento Proposto dalla Compagnia teatrale " I Funamboli" di Giorgio Pitone in collaborazione con la Compagnia di Musical Il Nodo. Musiche originali del Maestro Antonio Michilli Composizione del testo tratto dalle croniche di Buccio di Ranallo, di Francesco d'Angeluccio, del De Ritis e le relazioni del 1703: Giovanna Di Matteo Registrazioni delle basi musicali: Audiolandia Records - L'Aquila Documentazione fotografica cortesemente concessa dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

5 APRILE 2010

dalle ore 9.00 in Piazza Duomo
Pasquetta all'Aquila per stare tutti insieme senza divisioni politiche, religiose o ideologiche.
Ciascuno porta qualcosa da mangiare e bere: dolci, panini, bevande etc.

Nel pomeriggio inoltrato partiranno le staffette (organizzate da
UISP e U.S. ACLI) da: Tornimparte, Poggio Picenze, Lucoli, Castelnuovo che
arriveranno in Piazza Duomo


Ore 20,30 PIAZZA DUOMO Accoglienza delle staffette UISP e U.S.
ACLI Corale Gran Sasso esegue"L'Aquila bella me"

ore 21,00 PIAZZA DUOMO Consiglio Comunale Straordinario con
presenza Sindaco di Roma Alemanno
ore 22,00 partenza fiaccolate da 4 punti:
PETTINO (davanti la chiesa) - ROIO - TORRIONE e SANT´ELIA.

ore 23,30 FONTANA LUMINOSA: accoglienza di tutte le
fiaccolate per partire alle 24:00 passando per
via Castello - porta Leone - Via Strinella - Via Caldora - Viale Collemaggio
- Villa Comunale - Corso PIAZZA DUOMO all'arrivo brano per archi del "Continuo Ensemble

ore 24,00 Accensione luci presso la Basilica di S. Bernardino,Via Garibaldi,
Corso Vittorio Emanuele.
Associazione Musei d’Abruzzo in collaborazione con Collettivo 99 .re-place interventi d’arte luminosi di Mario Airò


ore 3.32- PIAZZA DUOMO lettura dei nomi e ricordo delle vittime.
(n. 308 rintocchi di campana) -

maxischermo in contemporanea alla Villa
Comunale e a S. Bernardino.

ore 4,00 BASILICA DI COLLEMAGGIO Celebrazione della Santa Messa.

Presentazione dell'iniziativa

LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE
Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole

di Antonio Gasbarrini

Cosa dire o scrivere e, soprattutto cosa fare creativamente per rivivere con un pizzico di distanza emotiva la paurosa, sobbalzante, luttuosa nottataccia delle 3.32?
Una delle vie praticabili è indicata da questa Rassegna d’arte contemporanea già nel suo emblematico titolo e sottotitolo LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE. Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico attorno al sole.
L’aperto invito: lasciarsi andare liberamente tra i marosi ed i flussi irrigiditi di un’intera città pietrificata nelle sue rovine dallo sguardo malefico della Gorgone.
Per rileggerne, in un’anarchico vagabondare NON STOP tra le 21 del 5 aprile e le 21 del 6, le magistrali lezioni urbanistiche, architettoniche, monumentali ed artistiche lasciate in eredità alle future generazioni dai padri fondatori a partire dalla metà del Duecento.
LA DERIVA come metafora della macroscopica diaspora degli aquilani, montanari d’indole più che di nascita, approdati nell’aprile dello scorso anno in circa 30-35.0000 sulla costa abruzzese. Un esodo biblico e di massa, questo, mai verificatosi nella storia postbellica europea. Ovviamente anche per gli altri 30-35.000 ammassati nelle tendopoli e negli altri alloggi di fortuna, si è trattato di una vera e propria deriva esistenziale.
Nell’ambito delle arti visive la parola Deriva, è collegabile a due movimenti d’avanguardia: in modo indiretto al Surrealismo ed in maniera più appropriata al Situazionismo. Si è trattato, nella prassi avanguardista, di un approccio ludico, ma anche scientifico (a livello inconscio per i compagni di strada di André Breton e psico-geografico per quelli di Guy Debord) instaurato dall’artista con il territorio, mediante la deambulazione senza meta e senza scopo, o in aperta campagna (surrealisti negli anni Venti) o nella metropoli parigina (situazionisti, anni Cinquanta-Settanta).
LA DERIVA aquilana parte storicamente da ben altri presupposti. Innanzitutto si è di fronte all’impossibilità fisica di “camminare” nelle strade, vicoli e vicoletti del centro storico dell’Aquila reso irriconoscibile dal sisma. Sequestrato da un anno dalla Protezione Civile, ma da poco più di un mese riconquistato per qualche ora domenicale nei due lembi di Piazza Palazzo e Piazzetta Nove Martiri dal fiero Popolo delle carriole. Sfondando cancellate e transenne, facendosi sequestrare gli “attrezzi eversivi” (carriole, pale, secchi, rastrelli) e beccandosi promesse denunce penali da parte della Prefettura, su segnalazione della DIGOS (Divisione Investigazioni Generali Operazioni Speciali). E poi, occorrerà affidarsi esclusivamente alla propria immaginazione, per travalicare i “fili spinati” messi a tutela non già dei barcollanti palazzi, chiese e case, ma semplicemente per occultare tutta l’immondizia fisica e morale riversata sulle macerie da ignobili speculatori politici e imprenditoriali senza scrupoli.
Come dare una bruciante risposta a questa tragica situazione? Eccola: riappropriarsi, simbolicamente e visivamente, della città morta. In che modo? Il 6 aprile del 2010 ri/cominciando la risalita verso il Centro antico partendo dalla Fontana delle 99 Cannelle, ancestrale luogo-spazio imbevuto di una sacrale magicità rivitalizzata con le nove installazioni ispirate al sisma.
Avevo già auspicato in un mio articolo su internet: «Andando a zig zag e non in processione. Spostandosi a caso, per l’intera giornata, liberamente, senza cibo e senza meta, dentro le protettrici mura uterine della loro città fondata sull’acqua (Acquila è una delle etimologie più accreditate) ed innalzata con le pietre. Adesso sbriciolate, metamorfizzate in milioni di tonnellate di macerie indecorosamente ammucchiate da un anno – e lo si può constatare di persona nella fantasmatica Chiesa di S. Vito e nell’intero Borgo della Rivera – quasi fossero un puzzolente sterco e non già schegge impazzite d’una fragrante memoria sfregiata».
Nell’invocato rito di purificazione, si sorseggi ogni tanto l’acqua delle 99 Cannelle
“ amorevolmente raccolta” nelle 99 borracce recanti la firma degli artisti, «inseparabili compagne di strada dei camminatori di montagna. Guardando in alto per scorgere l’avvento ed assecondare il primaverile volteggio di un’aquila regale. Fermandosi per riprendere fiato. Perdendosi, ritrovandosi e abbracciandosi: nonostante tutto».

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Dalle stalle alle stelle: Anche la tremante terra aquilana ha compiuto un giro ellittico intorno al sole. Il sottotitolo della mostra ha inteso richiamare l’attenzione sul fatto che non solo il 6 aprile 2010 sarà trascorso un anno di calendario, ma un intero anno astronomico. Durante il quale, mentre la città fantasma dell’Aquila è rimasta paralizzata nel suo inquietante ammasso di rovine, la terra ha compiuto il suo dinamico ed ellittico moto intorno al sole, percorrendo circa 940 milioni di Km. Ma, la scoperta delle orbite ellittiche dei pianeti del sistema solare da parte di Keplero, rispetto alle consolidate orbite circolari vaticinate da Aristotile fino allo stesso Copernico, ha aperto le porte alla modernità concettuale di una diversa configurazione dello spazio, approdata, agli inizi del Novecento, nel rivoluzionario spaziotempo einsteiniano. Questo sottotitolo, inoltre, sottende un messaggio subliminale: un aperto invito, agli aquilani, oppressi e depressi per le loro attuali condizioni di vita e di non-lavoro, di guardare in alto, quell’alto stellato aperto solo al futuro ed in cui qualche giorno fa è stata individuata una galassia sconosciuta distante 10 miliardi di anni luce, da cui è possibile attingere ancora ammaestramenti metafisici, ma anche poetici.
Di conseguenza l’arte e la creatività, per la città spettrale dell’Aquila, dovranno essere già nel presente, e di più nell’immediato avvenire, il volano privilegiato della ri/nascita civile e culturale di una intera comunità attualmente ghettizzata nelle 19 little towns, nella dissestata periferia urbana, nelle malconce frazioni e comuni viciniori, negli alberghi e nelle sistemazioni autonome della costa e della Provincia.
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Di fronte all’abbandono in cui tuttora versano i Beni artistici, architettonici e monumentali distrutti o polverizzati dal sisma (non solo in città), le 9 installazioni di LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE intendono porsi e proporsi, pertanto, come “cattiva coscienza” delle incredibili omissioni sino a qui registrate in materia di recupero e restauro dell’ingente patrimonio danneggiato. Su 3,5 miliardi di euro necessari, ne sono stati racimolati circa 35 (vale a dire un centesimo) con i più svariati stratagemmi. Si pensi alle fallimentari adozioni dei 44 monumenti da parte dei Capi di Stato intervenuti lo scorso luglio al faraonico G8 dell’Aquila.
Con la parola d’ordine “Ricominciamo dall’arte”, ogni artista invitato ha elaborato un bozzetto-progetto della sua opera germinata dal terremoto aquilano, sia in senso retrospettivo che proiettivo. L’immagine del bozzetto, insieme al testo di una dichiarazione poetica dell’autore, è stato inserito nel WEB, dove, oltre alla nota critica del curatore, saranno successivamente caricate le immagini ambientali dell’esposizione.
La Rassegna pur essendo effimera nella sua durata avrà una serie di risvolti documentali e mediatici. Tra gli altri, è prevista una ripresa filmica e fotografica dell’evento da parte dello scrittore e Reporter Sans Frontière Pino Bertelli, che saranno proiettate il 23 aprile alla Fondazione Morra di Napoli, in concomitanza della presentazione del suo ultimo libro.
Nell’impareggiabile scenario delle 99 Cannelle gli artisti VITO BUCCIARELLI / DOMENICO BOFFA / CRISTIANA CALIFANO / LEA CONTESTABILE / FABIO DI LIZIO / FRANCO FIORILLO / LICIA GALIZIA / SERGIO NANNICOLA / RAUL RODRIGUEZ esporranno le loro installazioni sulla base di una preindividuata, quanto concertante collocazione ambientale.
Sulla facciata o vicino alla diruta Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera Reconstruction, dichiarata metafora del noto videogioco Tetris applicato alla complessa ricostruzione aquilana. Dichiara l’artista: «La metafora del tetris è opportuna poiché è un gioco che “riesce” se si hanno le abilità per costruire e incastrare in maniera precisa e veloce tutti i pezzi. Una cattiva costruzione determina la perdita e quindi il Game over». Entro un paio d’anni sarà possibile valutare, da parte degli aquilani, come andrà a finire un gioco che sembra innocente, ed è invece cominciato con una serie di perversioni (per tutte, la compiaciuta risata dei due imprenditori qualche minuto dopo il sisma).
Sempre all’esterno della Fontana, Fabio Di Lizio erige il monumentale tripode in legno Frammenti, quale evocazione di un ex-voto per un ex-luogo. Un congegno parascientifico atto a misurare, con il solo ausilio della fantasia, la bontà dei selvaggi, quanto tardivi puntellamenti in corso nella città:«L’opera Frammenti traduce sensibilmente le architetture di contenimento, della messa in sicurezza degli edifici danneggiati dal sisma. Non cerca di imitare la funzione, ma il senso. Il tripode che regge ed è a sua volta retto dal peso del masso, ne parla, lo esorcizza».
Anche Lea Contestabile affida il suo personale ringraziamento e quello dei concittadini scampati alla morte, incastonando tra le singole maglie della cancellata 308 poetici, angelici cuori bianchi. La medioevale inferriata, proveniente quasi certamente dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio, sembra così una ringiovanita trapunta protettrice dei corpi maciullati: «Questi cuori bianchi dedicati alle 308 vittime del terremoto aquilano sono di garza, un materiale usato per lenire le ferite e risanare il corpo martoriato. Sono lì a ricordarci che quei morti sono i morti di tutta la città e che ognuno di noi è tenuto a conservare e a preservarne la memoria per tutti quelli che verranno».
Raul Rodriguez tende la sua grande tela di ragno della memoria lacerata, dal pavimento al cielo, per raccontarsi e raccontare scenograficamente la temeraria sfida lanciata dal Popolo delle carriole non già al destino o agli dei, ma a tutti gli incalliti imbroglioni mediatici che hanno fatto passare il rassicurante messaggio di una ricostruzione mai cominciata: «Come il narratore ambulante di Mario Vargas Llosa, racconterò le miserie dell’uomo in questa città ferma nel tempo, così qualcuno racconterà a suo figlio come, nell’Impero, il popolo degli uomini che camminano sappia cosa è successo in questo mondo a specchio, dove la gente ha perso la sua ombra».
Sergio Nannicola, alle estremità di due travi incrociate per evocare urbanisticamente gli antichi Quarti in cui era divisa La città negata / La città sospesa (titolo dell’opera), appende, ma anche sospende a mezz’aria, altrettanti sacchi di plastica trasparenti riempiti con le macerie e gli oggetti prelevati personalmente in ognuna delle aree urbane martoriate «a testimonianza di una distruzione che a un anno di distanza non trova ancora la strada della ricostruzione. Storia – Arte – Memoria – Presente e Futuro delle persone restano dunque prigioniere di un’attesa senza tempo».
Anche Franco Fiorillo e la sua Una storia alla deriva interloquiscono con l’increspato andirivieni memoriale, salvando dentro 9 bottiglie galleggianti in una delle grandi vasche della Fontana (l’oceano), i frammenti sismici insieme all’immagine fotografica della destrutturata forma originaria: «Questo è il senso: non so se rimarrà qualcosa né come questo avverrà, tutto è nuovo. La cosa certa è che la storia di cui persino la polvere è intrisa, diviene rifiuto, cambia forma».
Dolore, speranza e viaggi ultramondani e agravitazionali s’intersecano, infine, nelle tre restanti opere.
Domenico Boffa completa alle 99 Cannelle il suo lavoro Duecentonovantanoveterzi iniziato all’indomani del sisma su facebook, esponendo tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi sulla paglierina carta da pacco. Affianchiamoci al suo sconvolto e sconvolgente attraversamento del WEB: «Ho realizzato un trittico incidendo con un taglierino su carta-pacco duecentonovantanove sorrisi, le vittime del sisma [tante erano al momento dell’input su facebook, ne diverranno 308, n.d.a], sorrisi alla Ensor. Era ancora poco, troppo poco. Ho pensato subito a internet, la rete che mi ha mantenuto in contatto con la vera realtà dei post-terremotati. Facebook poteva essere usato creativamente in maniera diversa. Come una tela. Ho iniziato a pubblicare sul mio profilo dall’undici giugno, ogni giorno, un sorriso diverso che componeva il trittico accanto al nome e alla data di nascita della persona scomparsa. Ogni giorno un nome, una data di nascita e un fantasmatico sorriso cartaceo. Questa operazione mi ha aiutato a stare un po’ più vicino al popolo aquilano, a non dimenticare». L’immancabile appuntamento con la DERIVA è fortunosamente arrivato 299 giorni dopo.
Quasi a controbilanciare l’inevitabile pathos dell’installazione precedente, Licia Galizia fa danzare i suoi colorati 99 nodi da sciogliere (in forex) nel vascone frontale della Fontana. In ognuno di essi enigmatici segni e parole-chiave si rincorrono alla stregua degli smozzicati, spesso confusi racconti che gli aquilani continuano a farsi reciprocamente sulla sventurata esperienza sismica e postsismica (provate a sopravvivere in una non-più-città sequestrata ed abbrutita in cui non è più consentito fare nemmeno i rilassanti, familiarissimi quattro passi al Corso): «Le parole sono quelle che in questo ultimo anno si sono ripetute e a volte sono state martellanti, ma sono anche riferite ad azioni poco lecite come ad esempio speculare, ridere, svendere».
Ne LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE non poteva mancare il simbolo par excellance della tragedia: la tenda. Solo che entrando nel luminescente Luogo-tenda di Vito Bucciarelli, non si respira più l’aria stantia degli anonimi luoghi-spazio in cui sono stati stipati promiscuamente per circa 10 mesi esseri-numeri ridotti progressivamente a simil-larve. La verdeggiante energia fotonica sprigionata al suo interno è segno vivificatore del divenire eracliteo in quanto le sue irrinunciabili equazioni coincidono con: «La terra come territorio, il territorio come umanità, umanità come uomo, uomo come comunità, comunità come villaggio, villaggio come città: L’Aquila. L’Aquila nel tempospazio agravitazionale del luogo-tenda: contenitore e memoria».
Qui il visitatore può sedersi all’araba, stare in silenzio o raccontare quel che gli passa per la testa: quando si è ALLA DERIVA la parola “divieto” (di entrare nella zona rossa, ad esempio: provate a dirlo ai carriolisti) è scritta sulla fresca, rinfrescante e musicale acqua delle stupefacenti 99 Cannelle.

LA DERIVA ALLE 99 CANNELLE

L’AQUILA 5 APRILE dalle ore 21,00 del 5 alle ore 21,00 del 6 APRILE 2010

UN EVENTO NON STOP DA NON PERDERE

LA MOSTRA , a cura di Antonio Gasbarrini con il Centro Documentazione Artepoesia Contemporanea “Angelus Novus” dell’Aquila, vede la partecipazione di 9 ARTISTI che esporranno le loro installazioni ispirate al sisma.

Vicino la Chiesa di S. Vito Cristiana Califano propone l’opera “Reconstruction” e

Fabio Di Lizio erige un monumentale tripode in legno “Frammenti”, tra le singole maglie della cancellata

Lea Contestabile incastona 308 cuori bianchi, all’interno della Fontana ci saranno le installazioni di Raul Rodriguez (una grande tela di ragno della memoria lacerata),

Sergio Nannicola (quattro sacchi di plastica sospesi, riempiti con le macerie e gli oggetti raccolti personalmente nei 4 quarti della città),

Franco Fiorillo (9 bottiglie, destinate idealmente a galleggiare nell’oceano, contenenti la polvere sismica insieme all’immagine fotografica di ciò che era stata),

Domenico Boffa (tre teche bianche in rovere contenenti 299 “sorrisi mancati” incisi su carta da pacco),

Licia Galizia (che scrive una parola-chiave evocatrice in ognuno dei suoi 99 nodi colorati da sciogliere),

Vito Bucciarelli (che installa una tenda dove i visitatori potranno incontrare il verde e luminescente universo agravitazionale, sedersi all’araba sui cuscini, raccontare le loro storie, leggere brani, recitare poesie).

Parte integrante della mostra-evento è costituita dal rito laico propiziatorio della DERIVA: 99 BORRACCE con le firme autografe degli artisti saranno riempite “simbolicamente” con l’acqua rigeneratrice delle 99 Cannelle e DONATE ai visitatori che risaliranno al Centro Storico.

Il programma generale di “Guardarsi dentro” è su: www.guardarsidentro.it
info: info@guardarsidentro.it – 3207657511

Per la rassegna delle arti “Guardarsi dentro, incontrarsi con le arti” (L’Aquila, 12 febbraio-22 maggio 2010), promossa dal Servizio Politiche Culturali della Regione Abruzzo per il trentennale delle Agenzie di Promozione Culturale con la direzione artistica di Giancarlo Gentilucci.

CRISI

a cura di Ezio Bianchi

E’ crisi di crescita: fors’anche una possibilità di risveglio per qualche spirito pigro ancora in sonno, che vede solo nel tempo il miglior medico, o per altri occasione di abbandonare definitivamente i vecchi pregiudizi e rendersi conto che stavolta è diverso: il terremoto ha costretto al cambiamento ciascuno di noi ed obbliga alla massima trasparenza; di conseguenza è bene rapportarsi agli altri presumendo la buona fede., e non vergognandosi di chiedere conto o di rendere conto.
Vorremmo poter avere un po’ di fiducia anche nei confronti dei nostri amministratori se accettassero il dialogo: insistono nel vecchio modo di porsi , e non hanno capito che la trasparenza è d’obbligo, ora. Come la fiducia.
Lo è perché prerequisito alla partecipazione, senza la quale nessun futuro è possibile. Qualcosa è cambiato, a L’Aquila, quel 6 di Aprile dello scorso anno.
La trasparenza ci serve per conoscere lo stato delle cose, gli atti, le intenzioni, la partecipazione per progettare noi il nostro futuro.
Ma dobbiamo essere in tanti a partecipare, non certo solo i 6000 delle carriole.
Le carriole sono solo un simbolo della nostra presa di coscienza : possiamo farlo!
Siamo all’inizio di un movimento, ancora deve cominciare un’azione di contrasto che possa dirsi tale: e non la si organizza solo con le carriole o la resistenza.
Avremo la fase della proposizione e dell’azione in cui sarà possibile ad ognuno esprimere il meglio ma sarà la crescita della consapevolezza globale e la capacità di fronteggiare realmente le nuove sfide come movimento che permetterà la selezione della nuova classe dirigente. Le mezze misure non servirebbero a nessuno, nell’Aquila del futuro: o sarà molto meglio di prima, oppure L’Aquila non sarà, perché gli altri paesi non staranno sempre a guardare e non possono comunque permettersi un centro direzionale non eccellente, vecchio e frenante.
Un pit-stop necessario a individuare il percorso più adatto al momento presente: guai a pensare d’aver vinto la partita prima ancora che l’avversario mostri d’aver guardato le carte.
E gli avversari sono tanti: commissari, vice commissari, governatore, sindaci, consiglieri, amministratori, non solo di condominio ma anche, consiglieri e presidenti vari, la burocrazia, anche quella minuta, la piccola borghesia aquilana che rivendica il ruolo di parassita, le imprese di un certo tipo, quelli che ridevano, quelli degli affitti triplicati, quelli che facevano scorte di tutto oltre il necessario, quelli che stanno sfruttando il terremoto per mettere qualche soldo da parte, clero, partiti e istituzioni che dormono , e , buon ultimo arrivato, il partito dell’amore che vince sull’odio.
Ma uno sguardo ego centrato, pur necessario per sopravvivere, non aiuta ad individuare obiettivi ambiziosi di medio e lungo periodo, nè un progetto ampiamente condiviso.
Poi c’è la fretta, la stanchezza, l’immaturità che, per fortuna, si compensa con l’integrità morale, la forza, la passione.
Gli errori possono derivare dalla provocazione, dalla virulenza oscena di avversari in cerca di consenso elettorale, ma tranquilli, non sono quelli i nostri termini di confronto.
Qualche passo indietro è inevitabile, ma siamo solo nella fase del risveglio: un po’ d’acqua fresca sulla faccia, e via con nuova energia e con la voglia netta di recuperare, di mettere a punto il meccanismo, nella comune convinzione che vanno messi da parte egoismi e piccole questioni, che la lotta è comune, è di tutti, è una lotta per l’acquisizione della consapevolezza che se non riusciremo a rifare una città migliore di come era prima meglio sarebbe stato far le valige subito: meno stress per tutti.
Nelle prime fasi di un movimento è abbastanza ovvio che chi ha più forza la mette, non significa certo ipotecare futuri equilibri, è lo stato collettivo di necessità che porta il capace del momento a esprimere con maggior forza il messaggio. Altri momenti richiederanno altre persone “capaci” che vanno incoraggiate ad assumere, in trasparenza, responsabilità, non bloccate: ne va dell’interesse collettivo. L’importante è riuscire ad individuare un metodo di confronto interno improntato a valori di trasparenza, propositività, coerenza, fiducia, riscontro, possibilità di controllo, un metodo che ci consenta di rapportarci al mondo esterno con la velocità che tale mondo ha, senza rallentamenti o blocchi. Un metodo diverso da quelli che abbiamo utilizzato fino ad ora, che ci vede protagonisti tesi a realizzare il proprio credo a scapito dei compagni di cordata, che tenga conto della comune esperienza vissuta, e delle crisi vissute nel dopo terremoto, che superi la paura, paura di perdersi, di perdere, di essere sconfitto, o , peggio, ed è il vero problema dell’Aquila, che l’altro si avvantaggi!
Fiducia reciproca, trasparenza, esplicitazione degli obiettivi, coerenza sono da assumere a parametro valoriale di un modo di rapportarci, di essere individui proattivi a L’Aquila oggi, in questa fase di transizione.
Consapevoli che solo trasformando la sofferenza che ci ha accomunato in umiltà, tolleranza, attenzione all’altro può svilupparsi un modo di vivere più adatto al futuro de L’Aquila: potrebbe essere questo il vero tesoro, l’aver capito la lezione del terremoto.

IL MATERIALE CONFLUIRA' IN APPOSITI CASSONI

Rendendosi necessario provvedere allo sgombero delle macerie che si trovano depositate su aree o spazi pubblici, il dirigente del Servizio Emergenza e Ricostruzione, Ing. Mario Di Gregorio, ha firmato un ordine di servizio in cui si dispone che “ogni soggetto che attua lavorazioni edilizie, anche relative alla messa in sicurezza dei fabbricati, è tenuto alla accurata selezione e separazione dei materiali derivanti dai crolli e dalle demolizioni, operando la separazione differenziata di legname, plastica, vetro, metalli, inerti, rifiuti ingombranti e RAEE. Per quanto attiene i materiali pericolosi, la ditta è tenuta a delimitare l’area di rinvenimento segnalandolo immediatamente alla ASM ai fini della bonifica. I materiali differenziati dovranno essere conferiti negli appositi cassoni messi a disposizione dall’Amministrazione Pubblica ed ubicati in appositi siti.”

Pertanto, le macerie non potranno essere assolutamente trasportate e collocate su aree e spazi pubblici.

Inoltre, conclude l’ordine di servizio “ la trasgressione alle disposizioni indicate, salvo che non costituisca più grave violazione o reato, è punita con sanzione pecuniaria stabilita dal Regolamento Comunale vigente fin dal 2008.

“Tale disposizione, possibile grazie ad una modifica di legge – ha dichiarato il sindaco Cialente – è stata resa necessaria, perché si evitino accumuli incontrollati di materiale, tali da ritardare o, addirittura, ostacolare le operazioni di sgombero o rendere vana la rimozione sinora svolta. Stiamo lavorando, insomma, affinchè l’attività di rimozione delle macerie sia resa più snella e quindi, anche più veloce. Queste operazioni – conclude Cialente – si terranno peraltro sotto il controllo delle Soprintendenze per i beni culturali, per garantire il rispetto di tutto il materiale di pregio.”